L’arcivescovo, nella visita pastorale a Lissone, indica chiaramente quale deve essere il punto nodale del rinnovamento pastorale della Chiesa italiana: Gesù Cristo e come annunciarlo agli uomini di oggi
di Michele Brambilla
Il 3 aprile l’assemblea sinodale della Chiesa italiana, che ha radunato per alcuni giorni in Vaticano i rappresentanti di tutte le diocesi d’Italia per avviare un percorso che potesse essere assimilato a quello intrapreso da altri episcopati nazionali europei, si scioglie con la bocciatura del testo di sintesi, che si chiede di riformulare tra qualche mese. Lo scontro sarebbe avvenuto attorno ad alcuni temi imposti ossessivamente da certo “progressismo”, come il ruolo della donna nella Chiesa e l’accoglienza di persone «in situazione affettiva particolare», creando una divaricazione netta tra i delegati.
Ad ogni modo, qualcuno ha provato a far emergere nell’assemblea quelle che sono le vere priorità di un rinnovamento della pastorale in senso missionario: invitato a portare la sua testimonianza sul mondo giovanile, l’ambrosiano don Claudio Burgio, cappellano del carcere minorile di Milano, ha detto chiaramente che la Chiesa deve anzitutto «aiutare i ragazzi a ritrovare il senso» di quel viaggio che è la vita, consci del fatto che «la speranza non è un ottimismo fragile, ma è un cammino attraversato dal dolore».
Mons. Mario Delpini è perfettamente concorde con don Burgio. Iniziando la visita pastorale nel decanato di Lissone, che si protrarrà con varie tappe per tutto aprile, il 30 marzo l’arcivescovo ha sottolineato nell’omelia la dinamica fondamentale della cura pastorale. «La Visita Pastorale è l’occasione per dirvi: voi mi siete cari. Voi mi state a cuore. Normalmente il Vescovo esprime la sua sollecitudine per le comunità inviando i preti e coloro che ricevono dal Vescovo il mandato di prendersi cura della Chiesa nel territorio. La Visita Pastorale è l’occasione per dirlo di persona», per dimostrare che la premura verso ogni singolo fedele non è un principio astratto.
«La Visita Pastorale è l’occasione per incoraggiare a sentirsi parte della Chiesa diocesana e a mettere a frutto le proposte, a partecipare alle convocazioni, a qualificare persone disponibili per accompagnare i giovani in cammini di fede e di appartenenza alla comunità cristiana ed alla sua missione», ma non come auto-convocazione volontaria e spontaneistica, bensì come esigenza di fondo che nasce dal nostro radicamento sacramentale in Cristo. Infatti «Gesù contrasta l’atteggiamento del me ne frego. Di fronte al cieco i discepoli ne fanno un argomento per una discussione teologica: non si interessano della persona», come invece fa il Signore (il riferimento è alla pagina di Vangelo assegnata alla IV domenica di Quaresima ambrosiana). Mentre dibattiamo tra noi di argomenti che poco interessano la “carne viva” del nostro popolo, pare rimproverare l’arcivescovo a molti cattolici, corriamo il rischio di non rispondere alle vere domande dei nostri contemporanei. Qualcuno pensa che la Chiesa dovrebbe interessarsi di tutti i problemi del mondo, anche di quelli che non le competono minimamente, ma «Gesù non ha guarito tutti i ciechi del mondo e neppure tutti quelli della sua terra».
Il “mestiere” della Chiesa è quindi un altro. «Gesù chiama a far parte di una comunità che si fonda sulla fede, piuttosto che sulle regole» più o meno adattate, insiste mons. Delpini. La nuova evangelizzazione non passa dall’inseguire le mode del momento, ma da persone che credono davvero e fino in fondo alla potenza del Vangelo. «I discepoli di Gesù sono quelli che cercano Gesù, credono in lui e contribuiscono a costruire una comunità caratterizzata dallo stile di Gesù, accogliente, profetica, libera e lieta», come più volte ripetuto dallo stesso arcivescovo.
Lunedì, 7 aprile 2025






