Anche in Lombardia si assiste ad un aumento dei catecumeni adulti. Mons. Delpini li incontra nel Sabato in Traditione Symboli, che apre la Settimana Santa ambrosiana. Emerge in tutti il profondo desiderio di costruire ambienti luminosi in un mondo perso nelle tenebre dell’individualismo
di Michele Brambilla
Nel rito ambrosiano il cambio di colore dei paramenti dal viola al rosso non avviene la Domenica delle Palme, ma il sabato precedente, detto “in Traditione Symboli” perché vi si consegna il rotolo del Credo ai catecumeni. Quest’anno nell’arcidiocesi di Milano sono 89. I numeri dei catecumeni sono in crescita in molte aree europee e Milano, nel suo relativamente piccolo, non fa eccezione.
Il 12 aprile mons. Mario Delpini si rivolge ai catecumeni in due occasioni. La prima è un incontro a loro riservato nel Centro pastorale di via S. Antonio Abate. Mons. Delpini fa parlare anzitutto le loro storie, spesso travagliate, che dicono molto della domanda di senso soggiacente alla nostra società.
La ventitreenne Emma, che da Cuneo è venuta a Milano per studiare in Università Cattolica e lì ha intrapreso il cammino del catecumenato, spiega che le prime domande sono state suscitate dalla bellezza della liturgia cattolica. Decisiva, in un mondo in cui i fardelli si portano da soli, è stata «l’idea della comunità, qualcosa di profondamente bello e significativo». Anche la diciottenne Alba sottolinea che «entrando in comunione con Dio, il battesimo è un segno di impegno spirituale per legarmi sempre di più alla Chiesa», comunità in cui si può incontrare Cristo vivo.
L’individualismo, quindi, sta spingendo a rivalutare sempre di più il vissuto comunitario come luogo significativo di incontro con il Signore e di espressione legittima della componente affettiva dell’essere umano. La questione degli ambienti buoni è diventata, pertanto, centrale nell’apostolato. L’arcivescovo coglie nel segno quando dice che la componente emotiva deve essere accompagnata da una sana dottrina. «È bene che tutti voi abbiate qualche testo che vi è utile perché lo avete incontrato e vi ha illuminato. Quello che mi pare un limite è che, oggi, la Parola che viene da Dio non trasforma il modo di pensare», nel senso che troppi cattolici tendono a scindere fede e pensiero, pratica religiosa e parametri sui quali basare la vita quotidiana o le scelte politiche. Ci vuole la testimonianza concreta di cattolici coerenti, perché «la vita cristiana è una grazia, una comunione, un’amicizia che trasforma la vita».
In proposito, mons. Delpini mette in guardia gli ambienti cattolici dal ridursi a mera aggregazione: la prospettiva è sempre trascendente. L’essere Chiesa non si esaurisce nel nostro “stare bene assieme”, ma nel rendere presente Cristo qui ed ora, anzitutto nella partecipazione frequente ai Sacramenti. «Entrare nella comunità cristiana significa essere pietre vive e non fruitori di un servizio», insiste l’arcivescovo, che dà come compito quello contenuto negli imperativi «pregate, pensate, condividete», dove il verbo condividere sta per “essere missionari a vostra volta”.
Mons. Delpini nell’omelia della veglia in Duomo parla della notte interiore di tanti giovani contemporanei, «fatta di smarrimenti, di inquietudini», di tante solitudini e pessime compagnie. «Ma tu aspetti la luce per vincere la notte che hai dentro?», domanda l’arcivescovo, chiedendosi se qualcuno non preferisca crogiolarsi nel suo dolore. Troppi inseguono le sciocchezze. «Ma tu desideri incontrare amici veri? Desideri essere un buon compagno di viaggio? Desideri essere pronto ad aiutare, o preferisci restartene solo e triste, a respirare il vuoto e la rabbia dei social», affronti con coraggio le domande vere della vita? L’agnosticismo contemporaneo è, in realtà, pigrizia mentale, una risposta di comodo per andare avanti a non pensare. Se si accoglie Gesù nel proprio cuore, si diventa come le luci nel buio, che permettono agli altri di farsi strada verso il Signore.
Lunedì, 14 aprile 2025






