Le ammonizioni, ma anche gli elogi di mons. Delpini al clero ambrosiano nella Messa crismale
di Michele Brambilla
Quando la mattina del 17 aprile si celebra in Duomo la Messa crismale del Giovedì Santo, è ancora fresca la ferita dello scandalo suscitato a Seregno, ma anche nelle altre parti dell’arcidiocesi di Milano, da don Samuele Marelli, ex-direttore della Fondazione Oratori Milanesi (FOM), sottoposto a processo canonico per abusi segnalati a partire dal 2023, come spiegato dalla nota diffusa dalla Curia di Milano. Don Marelli era anche un volto televisivo (qualcuno negli “anni d’oro” lo soprannominava proprio per questo “sua emittenza”) ed è sempre stato considerato l’emblema della vivace pastorale giovanile diocesana. Il colpo è obbiettivamente durissimo.
Mons. Mario Delpini legge, allora, al suo clero un’omelia che è sia di conforto che di giusto rimprovero, evidenziando che «siamo incantati dalla gloria che si manifesta. Siamo sorpresi dalla pretesa, semplice, mite eppure indiscutibile di Gesù che si presenta alla sua città, alla sua gente e annuncia il compimento delle promesse di Dio. Proprio oggi. Proprio qui». Milano, come la Nazareth del brano evangelico appena letto come pericope della celebrazione, accoglie ancora una volta il suo Redentore, che però la sfida a riconoscere cosa sia davvero costitutivo della sua identità, in un contesto in cui «lo scetticismo triste, la presunzione disincantata, la distrazione indisciplinata fanno nascere l’interrogativo: chi crede “oggi” nel compimento? Quando diciamo: “Questo è il mio corpo”, quando diciamo: “Ecco l’agnello di Dio”, quale stupore, quale gioia, quale riconoscenza si celebra nelle nostre assemblee? Quando diciamo: “Il maestro è qui e ti chiama” quale entusiasmo, quale fretta di venire e vedere possiamo constatare?».
Non si può infatti negare che l’annuncio evangelico sia spesso ostacolato dalla povertà dei suoi “microfoni umani”. L’arcivescovo dice senza giri di parole, con chiaro riferimento alle recenti tensioni, che «la nostra Chiesa è ferita, il nostro presbiterio è ferito. Il comportamento scandaloso di alcuni di noi preti diventa una ferita per tutto il presbiterio, e tutti ne siamo umiliati e in qualche modo avvertiamo che è incrinata la fiducia verso tutti noi. Anche se non ogni comportamento scandaloso, che riguardi il potere, il sesso, l’uso del denaro, è un delitto perseguito dall’ordinamento canonico o civile, è però sempre una ferita per la gente che si aspetta una parola e una vita di vangelo, è una ferita per tutto il presbiterio, per tutto il clero, per le comunità» che accolgono ogni sacerdote come immagine del Buon Pastore. Bisogna ribadire che «l’unzione che consacra nel ministero ordinato è per annunciare l’“oggi” della salvezza. L’unzione rende sacro, chi è consacrato. Ma saranno “santi” i consacrati dal Signore?». Bella, cocente domanda.
Mons. Delpini incalza ancora i sacerdoti ambrosiani. «Continuiamo a chiederci come sia possibile che uomini consacrati per portare il lieto annuncio della salvezza, diventino motivo di scandalo e diventino un argomento per screditare la Chiesa, i suoi preti, e quasi di conseguenza la parola che viene annunciata. Continuiamo a chiederci come sia possibile. Continuiamo a proporre percorsi di formazione e di prevenzione. Continuiamo a richiamare a comportamenti prudenti, coscienziosi», ma evidentemente non basta, constata l’arcivescovo con molta amarezza, deprecando «la faciloneria che si autogiustifica» e la «mancanza di percezione del male che si compie».
«Non siamo perfetti e nessuno mai è sottratto alle tentazioni», ma il clero ambrosiano non è rappresentato dalle mele marce. Ogni giorno i nostri preti si alzano e, dette le Lodi, compiono nella maggior parte dei casi il proprio dovere con coscienza, autentica abnegazione e, soprattutto, inesauribile fede, fino a poter dire che «siamo santi non perché siamo privi di difetti e di peccati ma perché la santità di Dio continua ad attirarci a sé e a renderci uniti al suo Figlio Gesù».
Lunedì, 21 aprile 2025
Lunedì dell’Angelo






