Se l’amore è quello di Gesù, non solo cresce con il passare del tempo, ma si incarna nelle scelte concrete del discepolo, dalla politica internazionale al modo di descrivere i fatti della quotidianità
di Michele Brambilla
Il 13 maggio si festeggiano a Venegono Inferiore, nella tradizionale Festa dei fiori, i candidati diocesani al sacerdozio, il 50° di Messa dello stesso arcivescovo, mons. Mario Delpini, e i 90 anni della consacrazione della basilica del Seminario Arcivescovile. Nell’omelia mons. Delpini rappresenta un dialogo tra l’Amore e il Tempo. Il Tempo crede che l’amore possa sfiorire negli anni, invece si sente rispondere che «ho trasformato la durata che invecchia nella sapienza della fedeltà. Ho attraversato la ripetizione nella commozione della instancabile rivelazione della bellezza. Ho trasformato il logoramento delle forze nella rassicurante familiarità in cui si riposa la stanchezza e di riaccende la gioia».
Anche il Potere e la burocrazia istituzionale si illudono di affievolire l’Amore, ma pure loro trovano una salace risposta. «Ho trasformato il ruolo in responsabilità, nel farsi carico delle persone e della comunità, del particolare e dell’insieme», dice infatti l’Amore al primo, e «per una doverosa trasparenza ho vissuto la burocrazia come responsabilità della correttezza nelle procedure e nelle rendicontazioni. Ho espresso la cura per la comunità anche in attenzione alla gestione, in vocazione alla corresponsabilità. Insomma la comunione che l’amore raduna diventa storia», cioè cammino comune di popolo e pastore.
Proprio per questo mons. Delpini si fa subito portavoce degli appelli di pace del nuovo Papa, Leone XIV, pubblicando il 14 maggio un comunicato che è a nome anche del consiglio pastorale diocesano. «Noi accogliamo la parola del Risorto, accogliamo il saluto di Papa Leone XIV. Noi siamo commossi, grati, disponibili alla grazia della pace», dichiara infatti l’arcivescovo.
«Noi sentiamo lo strazio intollerabile del rifiuto della pace, della negazione della pace, dell’umiliazione della pace. Noi ripetiamo a tutti e sempre: mai più la guerra! Noi siamo sconcertati dall’odio, dal desiderio di vendetta, dalla violenza, dalla pratica della tortura, dall’infierire su coloro che non possono difendersi», elenca mons. Delpini. «Noi decidiamo di essere operatori di pace perché abbiamo ricevuto la grazia di essere figli di Dio» nel Figlio crocifisso e risorto, «noi ci impegniamo a pensare la pace, la pace giusta, la giustizia che è la condizione per la pace».
Non basta, però, dichiararsi solidali con l’appello del Santo Padre e organizzare qualche marcia: l’impegno per la pace lo si vede nei rapporti di ogni giorno, nella prossimità, nella capacità di perdono, che trovano il loro autentico radicamento in Gesù Cristo. A Lui chiediamo «la grazia di essere uomini e donne di pace: la pace sia con noi, sia in noi, come dono, come decisione di conversione e di resistenza di fronte alle tentazioni della indifferenza, della aggressività, del risentimento, dell’istinto di reagire al male con il male, del sentimento di vendetta. La pace sia in noi perché possiamo essere operatori di pace, intercedere per la pace giusta e duratura».
Dando alle stampe una lettera a tutti coloro che si occupano di comunicazione, mons. Delpini ribadisce che anche l’informazione è da intendersi «come nobile servizio per il bene comune». Pace vuol dire non sobillare, non calunniare, non incoraggiare comportamenti che ledono la morale naturale. Il “disarmo” del linguaggio esplicitamente richiesto dal Papa nel suo discorso ai giornalisti e riecheggiato dal nostro arcivescovo è anche questo. Mons. Delpini conferma la sua stima «per chi cerca di rendere più felicemente abitabile la nostra terra; per chi contribuisce a rendere desiderabile vivere in questa società, e non scappare; per chi prova, con impegno e dignità, a dedicarsi al futuro di tutti».
Lunedì, 19 maggio 2025






