Gesù non si è separato dagli uomini, ma continua ad essere presente e a sollecitare tutta la Chiesa ad essere missionaria
di Michele Brambilla
La festa dell’Ascensione, celebrata il 29 maggio, può, secondo mons. Mario Delpini, spingere i cattolici a considerare se stessi «quelli del ricordo», come denuncia l’arcivescovo nell’omelia in Duomo. Ci sono, infatti, «quelli della nostalgia, che custodiscono la fotografia degli eventi: c’è il rischio di intendere e vivere così anche il mistero dell’Ascensione, dicendo “è salito al cielo, è una storia finita”». Nel nostro tempo «la gente si convince che essere discepoli significa essere meno liberi e meno adatti al mondo in cui viviamo. Essere discepoli è noioso, mentre essere in giro per la terra senza una regola e senza una meta sembra sia più divertente», ma il risultato è che ci si astrae dalla vita stessa.
«Invece, con la Pasqua di Gesù può cominciare una storia nuova, finché arriviamo tutti all’unità della fede, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo. Dunque, l’Ascensione non è una conclusione, ma un nuovo inizio che rende necessaria la missione», ridare alle persone quell’orizzonte di senso dal quale fuggono dissennatamente. Questo deve essere il compito fondamentale che tutti i cattolici dovrebbero porsi. L’arcivescovo critica ancora una volta «l’ossessione della programmazione, le preoccupazioni per il futuro delle nostre comunità, la frenesia delle iniziative» riscontrabili nelle parrocchie ambrosiane, che spesso non hanno una vera proiezione ad extra.
L’atteggiamento rinunciatario sembra avere un fondamento, se ci si ferma al fatto che «l’ambiente che ci sta intorno è sempre meno disponibile, le persone sono sempre più indifferenti», ma in realtà anche questa è una lettura superficiale (le domande di senso sono soffocate, non sparite) e rimangono molti momenti in cui la liturgia e la pastorale ordinarie ridestano qualcosa di profondo in chi vi si imbatte occasionalmente. E’ il caso, più volte evidenziato dai sociologici, dell’oratorio feriale estivo, che tra pochi giorni aprirà i battenti: vi confluiscono anche i figli di moltissimi “non praticanti” e anche tanti animatori che, durante l’anno, si dicono indifferenti al fenomeno religioso. Perché? Perché è l’unico luogo in cui sanno di trovare una Parola diversa, spesso qualcuno che li ascolti per davvero.
Comprendiamo, allora, come mai la sera del 23 maggio piazza Duomo si sia riempita, ancora una volta, di aspiranti animatori, provenienti da tutta l’arcidiocesi. A loro mons. Delpini ha detto nel suo discorso che sono «ragazzi come tutti gli altri: anche voi avete il cellulare, anche voi al lunedì mattina, quando c’è scuola, siete di malumore» e avete come aspirazione massima il divertimento, «ma c’è qualcosa che vi distingue».
Il primo carattere distintivo del giovane impegnato in oratorio è che è fiducioso. «Vuol dire che avete una visione della vita che è piena di speranza. Avete accolto una parola che vi ha dato fiducia, speranza», e anche quando le cose vanno male «voi sapete pregare», anche in un mondo in cui «la gente va in giro come se andasse sempre ad un funerale».
Secondo: mentre tanti pensano che la felicità sia venire soddisfatti in tutto, «vi alzate, mettete la maglietta, andate in oratorio» e cominciate a servire. «Voi siete originali perché siete insieme», lavorate in gruppo, vi sostenete a vicenda, sottolinea l’arcivescovo come terzo punto.
Mons. Delpini annuncia che «forse nelle prossime settimane farò un giro a vedere alcuni oratori. Mi piacerebbe che, negli oratori in cui riuscirò a passare, io possa dire: “Veramente questi animatori sono originali”. Cosa li rende davvero originali? Il servire, la fiducia, essere insieme».
Lunedì, 2 giugno 2025






