L’eresia del nostro secolo è l’indifferenza. Come sconfiggere i “nuovi ariani”? Con una testimonianza libera e limpida della fede nicena, che è il fondamento della nostra speranza
di Michele Brambilla
Il 2 giugno si snoda per le vie di Milano una processione ecumenica che ricorda la celebrazione del primo concilio ecumenico di Nicea (325 d.C.), in cui si ribadì che Gesù è consustanziale al Padre, ovvero unisce in Sé la natura umana e quella divina. La processione, presieduta da mons. Mario Delpini, parte dalla chiesa del S. Sepolcro, che imita l’omonima basilica di Gerusalemme, per giungere a S. Ambrogio. Partecipano al corteo tutte le confessioni cristiane rappresentate nel Consiglio cittadino delle Chiese.
L’impegno che il nostro arcivescovo chiede a tutti i presenti è quello di «camminare insieme nella luce della fede comune», professata unanimemente 1700 anni fa da una Chiesa ancora indivisa. Con una differenza non da poco: se nel 325 a Nicea persino i popolani discutevano animatamente tra loro della doppia natura di Cristo, oggi i cristiani camminano in una Milano «che vive, per tanti aspetti, nella estraneità alle preoccupazioni della Chiesa cristiana e delle Chiese in Europa», come denuncia mons. Delpini nell’omelia. Nel XXI secolo l’avversario da battere non è l’arianesimo, ovvero un’eresia che nasce comunque dall’avere passione per il fatto cristiano, bensì l’indifferenza frutto del secolare processo rivoluzionario.
«L’eresia della superficialità non si può combattere con pronunciamenti solenni, né con condanne. Del resto, la superficialità, più che una eresia, è una rassegnazione» che rinuncia preventivamente a ragionare sulle domande di senso. Un agnosticismo apatico, inevitabilmente disperato. «Di fronte a questo contesto culturale i cristiani sono chiamati a offrire la testimonianza che la professione di fede nella risurrezione di Gesù offre un fondamento invincibile per la nostra speranza» già sulla terra.
«Che ci sia stato un uomo che nacque da Maria, fu crocifisso per noi sotto Ponzio Pilano, morì e fu sepolto è una nozione storica edificante di cui si può ancora oggi essere ammirati: è un fatto della storia su cui è possibile convenire senza particolari difficoltà. Ma che sia della stessa sostanza del Padre, che sia risorto e che verrà a giudicare i vivi e i morti non sembra che interessi» a tanti nostri contemporanei, che spesso non lo negano platealmente come Ario, ma lo obliano. Offriamo tutti, allora, «la testimonianza che, con il dono dello Spirito, noi possiamo conoscere la verità di Dio, avere il pensiero di Cristo secondo la rivelazione di Gesù». In un contesto che si rassegna e si incupisce, «abbiamo le responsabilità di testimoniare la capacità di conoscere Dio e di essere felici per sempre».
Sempre il 2 giugno, in visita pastorale a Malnate, l’arcivescovo ci tiene a ribadire nell’omelia che «ciò che rende i cristiani originali è il rapporto con Gesù: “lo sposo è con loro”. Gesù è vivo, Gesù è risorto, Gesù è presente, Gesù mi parla, Gesù mi rende partecipe della sua vita».
Per mons. Delpini sono i giorni in cui festeggia il 50° anniversario di sacerdozio. Nell’omelia pronunciata il 4 giugno nella parrocchia di S. Vittore Olona riprende l’immagine del “paese dell’oblio”, in cui si osserva una falsa allegria, che nasconde la disperazione. Ma anche al viandante infelice capita di incontrare, prima o poi, cattolici felici di esserlo: «“Siamo in cammino perché siamo stati chiamati e la voce che ci ha chiamato è una voce amica che orienta il nostro andare”: “Non vi chiamo più servi […] vi ho chiamato amici”». Allora i preti «non si immergono nel presente fino all’oblio, non sono ossessionati dai numeri, non vivono di aspettative e frustrazioni. Sono pellegrini di speranza».
Lunedì, 9 giugno 2025






