Le riflessioni di mons. Mario Delpini sui suoi 50 anni di sacerdozio, vissuti tra il Sessantotto e l’autocensura post-moderna
di Michele Brambilla
Il 19 giugno, giovedì del Corpus Domini, l’arcidiocesi milanese festeggia ufficialmente i 50 anni di Messa del proprio arcivescovo, mons. Mario Delpini, ordinato sacerdote il 7 giugno 1975. Radio Marconi prepara i festeggiamenti con un podcast dialogato nel quale mons. Delpini, con accanto don Paolo Alliata (25 anni di sacerdozio) e don Riccardo Cagliani (5 anni), ripercorre le tappe della sua vocazione e descrive come è cambiato il ministero del prete ambrosiano in questo mezzo secolo.
L’arcivescovo fotografa con precisione l’epoca storica in cui è stato ordinato. Ricorda che «quando siamo diventati preti eravamo guardati con sospetto. Il Sessantotto e gli anni seguenti avevano creato una sorta di insofferenza verso le istituzioni», Chiesa compresa.
«Anche la gente che frequentava la parrocchia avvertiva questa inquietudine», assorbendo il rifiuto dell’autorità allora imperante, «però attendeva il prete, gli faceva festa quando arrivava, e quindi questa accoglienza era gratificante. Erano gli anni del terrorismo, con il “precetto” che bisognava essere “di sinistra”», cosa che, si comprende sotto le righe, il giovane don Mario non era e non voleva essere.
All’epoca, però, erano determinanti le dinamiche di gruppo, anche all’interno delle parrocchie, mentre oggi a prevalere è l’individualismo. «Ecco, c’è una sorta di irrilevanza della nostra presenza nella società. Naturalmente la riduzione numerica dei sacerdoti ha il suo peso. Ma forse c’è anche una sensibilità diversa, che ritiene interessante magari parlare sui social piuttosto che creare un incontro di comunità, pensare al proprio tempo come tempo per sé, piuttosto che un tempo per dedicarsi al servizio», dice l’arcivescovo, che nella seconda puntata del podcast denuncia «una specie di “afasìa” nello spiegare le ragioni profonde per far del bene: la gente è generosa, ma forse, dicendo la propria fede, ha troppo paura di disturbare», come se credere in Dio fosse, appunto, qualcosa da censurare. Uno degli elementi più importanti del «cambiamento d’epoca» in atto è proprio la differenza tra il dire qualcosa e l’autocensura.
C’è un punto in comune tra il 1975 e il 2025: sono entrambi anni Giubilari e si avvicina il Giubileo dei vescovi e dei sacerdoti (24-25 giugno), a cui partecipa anche mons. Delpini, che nel messaggio-intervista per la celebrazione dice che «il Giubileo per un vescovo significa un ammonimento: “Ricordati che sei peccatore! Convertiti e credi al Vangelo!”», tanto che «in verità io faccio fatica a usare la terminologia del “pastore”. In primo luogo, perché il Pastore è Gesù. Inoltre, il pastore dovrebbe conoscere i pascoli e le vie su cui condurre il gregge, mentre io non sono esperto, cerco piuttosto di essere tra le pecore che ascoltano la voce del Signore. In terzo luogo, perché mi suona male considerare gli altri come pecore. Preferisco allora definirmi come il servitore dell’unità della comunità», perché la vita del prete è fatta di rapporti con i confratelli e la gente, come il 19 giugno rammenta egli stesso ai preti novelli e ai parroci che li accolgono nella loro prima destinazione ministeriale, ricevuta nella Cappella Arcivescovile della Curia.
Nel suo messaggio augurale, lo stesso Papa Leone XIV indica come cifra dell’episcopato di mons. Delpini l’umile servizio all’arcidiocesi e al suo popolo. «Con fraterna carità e per dovere di gratitudine ci congratuliamo con il venerabile fratello Mario Enrico Delpini, Arcivescovo Metropolita di Milano, in occasione del suo giubileo per i cinquant’anni di ordinazione presbiterale, per la fedele missione pastorale a lui affidata nell’illustre e antichissima diocesi di Milano e per aver dato prova di grande zelo nel testimoniare fattivamente il Vangelo con fermezza e dolcezza», scrive infatti il Pontefice, per il quale «con un ministero costante e sapiente egli si è speso totalmente per Cristo e per il bene della Chiesa, prendendosi cura con carità del popolo di Dio, nutrendolo con la parola e gli scritti, sostenendolo con i sacramenti, seguendo gli esempi dei santi Padri», in primis il nostro sant’Ambrogio, invocato, assieme alla Madonna, nella Benedizione apostolica.
Privilegio davvero particolare, la sera del 19 giugno, al termine delle celebrazioni per il Corpus Domini, iniziate nella chiesa di S. Stefano Maggiore e confluite in cattedrale, l’arcivescovo viene fatto affacciare dalla loggia centrale del Duomo di Milano, come non accadeva dal 1983. Il vicario generale, mentre la folla acclama festosa, gli porge come dono alcuni prodotti tipici delle sette zone pastorali. Dai grandi scatoloni appoggiati sul sagrato escono coloratissimi palloncini.
Lunedì, 23 giugno 2025






