Il sacerdote non agisce mai da solo, ma sempre all’interno di un gruppo più grande, che è quello dell’intero presbiterio in comunione con il vescovo e la Chiesa universale
di Michele Brambilla
Il seminarista potrebbe pensare di rimanere solo con i suoi dubbi e di non volersi adattare alla vita comunitaria; il sacerdote può anche essere tentato di perseguire una performance individuale. Mons. Mario Delpini, durante il Giubileo dei seminaristi, dei sacerdoti e dei vescovi, ha avuto l’opportunità di parlare a tutti i chierici e a tutti i preti d’Italia convenuti a Roma.
Nel caso dei seminaristi italiani, il 24 giugno mons. Delpini ha celebrato per loro una Messa nella chiesa di S. Andrea della Valle. Nell’omelia ha presentato alcune delle tentazioni che possono caratterizzare il percorso del seminarista. La prima è quella di essere destinatario di una “predestinazione” esclusiva, percepita come «un’invadenza di Dio nella storia di una persona», cosa che spaventa «una generazione gelosa della propria libertà, una generazione suscettibile, che trova insopportabile che ci sia una parola alla quale obbedire, una disciplina da osservare». Inoltre, «viene il sospetto che essere originali, chiamati con una speciale vocazione, significhi non essere come gli altri, non conformarsi alla vita della gente normale»: ne scaturisce una pastorale basata quasi unicamente sul “sensazionale”.
Poiché i frutti non rispondono alle aspettative, sorge inevitabilmente la tentazione opposta all’esaltazione, ovvero «una generazione incline al pessimismo ed allo scoraggiamento». Eppure Gesù dice: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20): una promessa che rende affidabile tutto il percorso spirituale ed umano.
Il sacerdozio non è un’incombenza, ma una grazia. «Gesù vede anche noi, rivolge il suo sguardo a ciascuno di noi. Forse ci vede “seduti”. Forse legge in noi il grigiore di una rassegnazione alla ripetizione, la noia di essere vincolati a prestazioni», ha ancora osservato mons. Delpini nel corso della meditazione tenuta il 25 giugno nella chiesa di S. Salvatore in Lauro.
Cristo continua a chiedere ai sacerdoti anzitutto una sequela. «L’ordinazione rende partecipi della missione apostolica, che i singoli preti e diaconi possono vivere in ragione dell’appartenenza. La deriva individualistica che insidia la cultura contemporanea, insidia anche i preti», tentati di mettersi sul piedistallo, di fare da soli, quando «la condizione per essere seminatori di speranza è di essere uomini di speranza», considerando il fatto che «la speranza cristiana non è una virtù da praticare per buona volontà. È piuttosto risposta alla promessa di Gesù: voi siete preziosi per il Padre, si prenderà cura di voi. Non preoccupatevi».
Un altro segno di disperazione è quello di essere sempre accondiscendenti con il mondo, atteggiamento che rivela una mentalità antitetica a quella della Chiesa. Spesso lo si fa perché si considera il confronto impari, ma in realtà il sacerdote può sempre contare su una comunione più grande «perché fa parte del presbiterio e trova nella fraternità del clero e nella relazione al vescovo il punto di riferimento, il motivo di fiducia». Il prete «condivide pensieri, parole, iniziative con il presbiterio e la comunità. Perciò può annunciare il Regno di Dio che viene, che integra tutte le giuste aspettative, contesta tutte le mondanità».
Lunedì, 30 giugno 2025






