Il Bilancio di missione 2025 ha evidenziato la stima per la pastorale delle parrocchie milanesi, a fronte di una riduzione della percezione dell’appartenenza a livello nazionale. La nuova lettera pastorale dell’arcivescovo pone al centro della riflessione la comunità e la sua unità
di Michele Brambilla
Lunedì 30 giugno è stato pubblicato il Bilancio di missione 2025 dell’arcidiocesi di Milano. Nella conferenza stampa di presentazione, mons. Mario Delpini ha sottolineato un particolare curioso. «Quello che più mi ha colpito è stato l’incremento di offerte spicciole da parte della gente, che manifesta un senso di appartenenza, un senso di responsabilità e una fiducia» crescente nei confronti della “chiesa vicina alle case” (parrocchia vuol dire proprio questo in greco), a fronte di un calo del medesimo sentimento nei confronti della Chiesa “istituzione” a livello nazionale. Infatti «a livello italiano sappiamo che c’è una diminuzione delle firme in favore della Chiesa Cattolica per l’8×1000». «Il fatto però che aumentino le offerte per la propria parrocchia, almeno nella nostra Diocesi, e diminuiscano le firme per 8×1000 forse indica che il coinvolgimento delle persone è più efficace quando uno fa parte di una comunità, ne vede personalmente le necessità, ne vede le opere», ha constatato l’arcivescovo. Girando gli oratori nelle settimane estive (come è accaduto il 27 giugno a Cantù), egli stesso può tastare con mano il forte apprezzamento per alcune attività parrocchiali e per coloro che le organizzano.
La lettera pastorale per l’anno 2025/26 viene, quindi, incentrata sulla comunità. Il titolo, Tra voi, però, non sia così, corrisponde a Mc 10,43 ed è un invito a non ricercare il potere, ma a testimoniare l’amore che si fa servizio. Mons. Delpini inserisce nei capitoli iniziali opportune citazioni di Leone XIV, in particolare questa, tratta dal discorso della Veglia di Pentecoste (7 giugno): «Carissimi, Dio ha creato il mondo perché noi fossimo insieme. “Sinodalità” è il nome ecclesiale di questa consapevolezza. È la via che domanda a ciascuno di riconoscere il proprio debito e il proprio tesoro, sentendosi parte di un intero, fuori dal quale tutto appassisce, anche il più originale dei carismi. Vedete: tutta la creazione esiste solo nella modalità dell’essere insieme, talvolta pericoloso, ma pur sempre un essere insieme».
L’arcivescovo nella lettera prende spunto anche dal Piccolo Principe, romanzo noto perché è un viaggio di formazione con molti incontri, ma ne riscrive un po’ i dialoghi, secondo il suo stile abituale, in modo che ne emerga un ritratto della nostra società, imbevuta di neo-positivismo disperato. Allora «il Piccolo Principe si rese conto che nell’universo ci sarebbe voluto qualcuno per seminare speranza, fraternità, sapienza. E tra sé e sé meditava: “Forse toccherebbe a me”».
I cattolici non devono temere di entrare in gioco nell’agone pubblico. Anche per questo, è bene non farlo da soli. Ecco, quindi, l’importanza fondamentale della comunità, luogo in cui il cattolico cresce nella grazia dei Sacramenti, si forma, trova slancio per la missione e può trovare il giusto ristoro.
Con un pericolo: espressioni come “Chiesa missionaria” possono diventare “luoghi comuni” e questo «segnala forse una crisi di fede che spegne ogni desiderio di condivisione, convince alla reticenza a proposito di Gesù, della sua promessa, della sua missione di unico salvatore del mondo», ma proprio nella partecipazione comunitaria, in particolare nelle celebrazioni liturgiche, ci viene incontro lo Spirito Santo. «L’identità missionaria del popolo di Dio non si può», infatti, «recuperare con uno sforzo volontaristico», dettato magari dalla lamentela: occorre la certezza che «lo Spirito di Dio che accompagna tutta la vita dei battezzati e tutte le scelte e le forme della vita cristiana alimenta lo zelo, dona intelligenza critica e fiduciosa perché il mandato missionario dia forma alla Chiesa». Questa forma viene certamente data tramite l’Eucaristia, Pane di vita che fortifica il battezzato e lo unisce a tutto il corpo ecclesiale.
Se ai sacerdoti è richiesto di «passare dal presbitero al presbiterio», vale a dire «sono chiamati a essere uniti al vescovo, uniti tra di loro, uniti nell’unico clero diocesano con i diaconi», è necessario riprendere in mano anche la formazione dei laici. «Nelle nostre comunità non c’è bisogno solo di un’accortezza organizzativa: c’è bisogno di insistere per un cammino virtuoso perché lo Spirito di Dio possa rendere disponibili alla costruzione dell’unità» anche tutti coloro che collaborano all’apostolato gerarchico, in primis i consiglieri pastorali.
Del vasto mondo associativo e dei movimenti ecclesiali l’arcivescovo parla, in questa occasione, molto poco: un accenno esplicito solo laddove si ricorda che «nel servizio alla diocesi, la Curia, richiamando quanto scriveva il cardinale Angelo Scola, si impegna a equilibrare al meglio il nesso tra i soggetti della concreta azione pastorale (parrocchie, unità e comunità pastorali, associazioni, movimenti, congregazioni religiose, decanati e zone) e la Curia stessa. Compito degli uffici è accompagnare i soggetti ad approfondire il rapporto con gli ambiti di vita reale della gente». Come suggerimento per un esame di coscienza comunitario, mons. Delpini pone «una disposizione interiore di libertà rispetto ai propri interessi, personali e di gruppo, e l’impegno per la ricerca del bene comune», segno che desidera che anche in questo ambito si superino la frammentazione, l’isolazionismo e le spinte centrifughe.
Lunedì, 7 luglio 2025






