Ai tempi di Leone XIII l’associazionismo cattolico scese coraggiosamente in campo, proponendo senza mutilazioni la dottrina sociale della Chiesa. Il XXI secolo di Leone XIV richiede il medesimo ardore e la scelta del nome pontificale è programmatica. Mons. Delpini denuncia il 1968 come l’epoca in cui molti cattolici smarrirono la loro identità, appiattendosi sulla mentalità contemporanea. Per l’arcivescovo i cattolici sono insignificanti proprio quando ripetono idee altrui rinunciando alla propria originalità
di Michele Brambilla
Nel pomeriggio del 9 luglio si è tenuto presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano un convegno significativo, dal titolo: «Il cattolicesimo associato nella dottrina sociale della Chiesa, da Leone XIII a Leone XIV». Esso non si è limitato, quindi, a parlare della sola enciclica Rerum novarum (1891), che rappresentò la “data ufficiale” di nascita della dottrina sociale della Chiesa, ma l’attenzione è stata posta soprattutto sul contesto storico, ovvero i primi decenni dell’Italia postunitaria, con la nascita dell’Opera dei Congressi e dei primi tentativi di costituire associazioni laicali cattoliche come risposta all’aggressività laicista dello Stato unitario e alle esigenze dell’età industriale. Il convegno è stato organizzato dal Movimento Cristiano Lavoratori (MCL), con il suo presidente provinciale Renato Pecchia, e dalle Edizioni Traguardi sociali (rappresentate dal loro presidente, Antonio Inchingoli). I lavori sono culminati nella premiazione, con borse di studio, di alcuni giovani che hanno voluto scrivere saggi dedicati alla «Identità e storia del cattolicesimo in Italia».
Mons. Delpini ha pronunciato la relazione più importante, incentrata sul fatto che «nel contesto del declino dell’Occidente, la proposta della Dottrina sociale della Chiesa, che ha a cuore lo sviluppo integrale della persona, la sua dignità e la giustizia dei rapporti nella società, è come circondata da una silenziosa complicità nel disinteresse». La Chiesa, infatti, ha scarsa audience mediatica: non le viene quasi mai data la parola. Quando gliela si concede, il discorso viene sistematicamente “mutilato” o distorto dai giornalisti, basti pensare, ha osservato l’arcivescovo, a come sono interpretati e “neutralizzati” gli appelli di pace dei Pontefici. Alle origini di questo disinteresse sta una profonda crisi culturale, che attacca specificamente le radici della civiltà occidentale in nome di un individualismo totalitario e pervasivo. La forza della cultura dominante relativista è tale che persino tra i cattolici «i criteri di comportamento sono quelli di tutti. Siamo insignificanti perché ci adeguiamo» agli slogan del mondo secolarizzato, ha denunciato mons. Delpini con molta franchezza.
Questa situazione crea molto malessere all’interno dell’associazionismo cattolico: i “quadri” invecchiano, con il rischio di ridurre le nostre assemblee a «una stucchevole autocelebrazione che ricorda la visita a un museo», quando nella realtà si accentuano le divisioni interne e «molte nostre iniziative sono mortificate dalla fatica di andare d’accordo». E’ una magra consolazione il fatto che l’individualismo corroda anche l’associazionismo “laico”, tanto da rendere quasi esotica, ai nostri tempi, la stessa parola “associazione”.
A fine Ottocento, «di fronte a un mondo cattolico quasi escluso dalla politica e a una rivoluzione industriale aggressiva che creava condizioni di vita difficili, il Pontefice della Rerum Novarum dice che la presenza dei cristiani deve essere nella società: pensiamo a Toniolo e al movimento di quei tempi», ha esemplificato l’arcivescovo. Nel Sessantotto si commise l’errore di «porre un’alternativa tra essere fedeli alla Chiesa o alla storia» intesa in senso hegeliano: fu il momento in cui molta parte dell’associazionismo cattolico perse il sale evangelico.
Oggi stiamo vivendo la stagione «dell’appello alla fiducia e alla speranza, dove, più che sui numeri delle adesioni, dobbiamo lavorare per l’incisività della testimonianza, coltivando speranza per seminare speranza». Si può diventare realmente incisivi solo recuperando un’identità propria, data dalla dottrina sociale della Chiesa.
Il presidente del Movimento Cristiano Lavoratori, Alfonso Luzzi, presente all’incontro assieme al presidente provinciale, si è detto concorde con mons. Delpini, ribadendo che «il Credo, nostra preghiera fondamentale, è alla base del nostro agire, credendo in Dio, nella Chiesa e nel suo ruolo, per correggere le storture della società. Oggi, come negli anni della Rerum Novarum, l’associazionismo cattolico mantiene valori importanti come la solidarietà e la sussidiarietà, ma ciò che lo distingue è la spiritualità», ovvero la trascendenza, in un contesto culturale drammaticamente materialista. «Proprio questo ha spinto», secondo Luzzi, «il cardinale Prevost ad assumere il nome di Leone XIV, nel tempo di una quarta rivoluzione industriale in cui sono da attenzionare nuove sfide per la difesa della dignità umana, per la giustizia e il lavoro».
Lunedì, 14 luglio 2025






