Il mandato di annunciare il Vangelo a tutti i popoli e il comando di vivere in comunione fraterna non sono semplici slogan: devono essere, davvero, lo “stile” dei cattolici
di Michele Brambilla
L’arcivescovo, mons. Mario Delpini, è da alcuni giorni in viaggio per l’America Latina, dove farà visita a numerosi missionari di origine ambrosiana. Non prima di aver rilasciato ai microfoni de La Chiesa nella città un’intervista, pubblicata il 17 luglio, e di aver visitato i campeggi delle parrocchie milanesi nel weekend precedente la partenza.
Nell’intervista mons. Delpini si è soffermato sull’anno pastorale trascorso, incentrato sulla lettera Basta! L’amore che salva e il male insopportabile. Il male di cui parlava l’arcivescovo non era solo la guerra in corso in varie parti del globo, ma sicuramente «la pace è un’opera di Dio e di coloro che sono figli di Dio». Ecco allora il titolo della lettera pastorale dell’anno venturo, Tra voi, però, non sia così, con il suo forte richiamo alla comunione interna nella Chiesa.
Riprendendo la parola, l’arcivescovo ha quindi rinnovato la sua preoccupazione per lo svuotamento retorico di parole come “missionarietà” e “sinodalità”. “Missione” «è una parola così frequente da diventare opaca, frustra, cioè quell’allusione ad una cosa che sembra chiara per tutti, ma poi non si riesce a definire nei contenuti». Per parte sua, il vocabolo “sinodalità” sarebbe meglio definibile come il tentativo di ragionare assieme su «come si possa vivere la missione della Chiesa oggi, nella nostra diocesi». L’espressione “Chiesa dalle genti”, il tema del Sinodo minore celebrato nel 2019, non voleva essere semplicemente un’esortazione ad accogliere gli immigrati di fede cattolica, ma un invito ad evitare una “Chiesa arcipelago”, in cui «ogni comunità vive per conto proprio, celebra per conto proprio», ignorando le altre componenti del popolo di Dio.
Secondo mons. Delpini, c’è chi di fronte alla parola “missione” prova persino imbarazzo, perché essa ha un contenuto preciso, ovvero «l’obbedienza» al comando «di annunciare Gesù» come vero ed unico Salvatore dell’umanità.
«In questo momento non si riesce a dire “Gesù”»: quando si trovano in mezzo agli altri, i cattolici corrono spesso il rischio di «tacere le ragioni per cui si fa del bene». L’arcivescovo ha quindi ribadito che il cattolico non è un semplice filantropo e che non si può sempre sacrificare il dovere della missione per quieto vivere.
Quanto al dialogo interno agli organismi ecclesiali, mons. Delpini si è detto contento che «c’è gente a cui la gente interessa», che dedica una parte del suo tempo ad ascoltare le realtà del territorio, con le loro gioie e le loro speranze. Il tempo dell’ascolto è fondamentale, ma rimane sullo sfondo un pericolo assai comune, vale a dire «la tentazione di produrre carta. Di carta ne abbiamo parecchia», sarebbe bene leggere quella che è già stata prodotta, ha chiosato l’arcivescovo. Spesso, al posto della nuova evangelizzazione, si scrive l’ennesimo documento (parrocchiale, decanale, curiale) per mettere a posto la coscienza. Non c’è, invece, migliore programmazione annuale dell’anno liturgico, con il dipanarsi graduale del mistero di Cristo.
Non poteva mancare la domanda sul passaggio da Papa Francesco, deceduto il 21 aprile, a Papa Leone XIV. Mons. Delpini ha già avuto modo di incontrare il nuovo Papa nell’udienza riservata ai vescovi italiani il 17 giugno, ricavandone l’impressione di «una persona lucida nell’interpretare il suo compito, la sua missione; una persona serena, pacata, che parla con la calma dei saggi e il piglio dell’autorevolezza».
Lunedì, 21 luglio 2025






