L’arcivescovo immagina quale potrebbe essere stato un dialogo ultraterreno tra Gesù e Carlo Acutis
di Michele Brambilla
Il 4 settembre, alla vigilia della canonizzazione dei beati Carlo Acutis (Londra 1991-Milano 2006) e Piergiorgio Frassati (Torino 1901-25), mons. Mario Delpini ha fatto pubblicare un dialogo immaginario tra Gesù e il giovanissimo canonizzando ambrosiano.
Nel dialogo, salendo al Cielo dopo la vita terrena, il beato Carlo dice di essere stato nella sua breve esistenza «immensamente felice» perché ha potuto chiamare Gesù «Signore e amico della mia vita». Dio non vuole il male, non manda le leucemie fulminanti, come quella di cui è morto Carlo, ma il santo ringrazia di avere visto il Signore anche nei momenti di maggiore dolore. Ringrazia, infatti, di essere cresciuto in «una famiglia meravigliosa, nella vita ho potuto avere tutto quello che desideravo: tu mi sei stato sempre vicino. Nella malattia sono stato assistito con una premura e competenza commoventi. Nella morte ti ho visto faccia a faccia». Anche Gesù gli ricorda che «tu sei nato per essere felice»: purtroppo «molti non sanno, non si ricordano, non credono di essere nati per essere felici, mentre io voglio che la mia gioia sia in tutti i miei fratelli e che la loro gioia sia piena. Per questo ho dato la vita» sulla croce.
Nel prosieguo del dialogo, Carlo si dice consapevole di essere nato nell’agio dal punto di vista economico, «ma Assisi mi è rimasta nel cuore e sono stato a lungo nella terra del poverello, san Francesco». Questo, però, non l’ha indotto a gesti pauperistici eclatanti, che sono tanto più orgogliosi e fini a se stessi quanto impediscono, poi, la realizzazione del bene concreto. La sua “spoliazione” è stata comprendere che «per Francesco l’amicizia con te è diventata un bisogno di essere come te, di assomigliarti in tutto». Il beato Acutis ha così messo a disposizione i suoi talenti per far amare il Signore e creare comunione, coinvolgendo i suoi stessi parenti e i compagni di classe.
Proprio la capacità di fare e creare amicizia è un tratto distintivo che colpisce gli attuali coetanei di Carlo, in un’epoca in cui molti non sanno di avere una grande ricchezza interiore, «sono abituati ad avere tutto quello che vogliono e pensano che sia normale. Si abituano a stare tra di loro e non vedono i poveri. Si abituano all’indifferenza e trovano persino di cattivo gusto che qualcuno chieda qualche cosa». Il consumismo individualista e disperato della postmodernità può essere per molti giovani un ostacolo alla Grazia, «ma se anche il ragazzo ricco e il ragazzo sano e il ragazzo intelligente e il ragazzo amabile dedica tempo, usa i suoi soldi, semina sorrisi e sente la compassione, allora i poveri che può aiutare lo benedicono», come è accaduto per Carlo.
«Il valore di una vita non si misura per il numero degli anni, ma per l’intensità dell’amore e la sincerità della fede. La malattia e la morte non vengono da Dio, non sono volontà di Dio: piuttosto il Padre mio manda lo Spirito perché in ogni cosa i figli e le figlie di Dio possano credere e amare», dice Gesù a Carlo, che si dice sbalordito delle tante cappelle dedicate al suo nome, dall’enorme popolarità del suo culto nonostante la sua biografia sia stata così breve ed “ordinaria”. E’ il modo con il quale mons. Delpini affronta nel dialogo alcune adversationes che sono state sollevate nei confronti della canonizzazione. La risposta del Signore è che «alcuni hanno scritto intere biblioteche, altri poche frasi, alcuni hanno compiuto opere straordinarie, altro hanno vissuto vite ordinarie, alcuni hanno vissuto lunghi anni di lavoro intensissimo, altri sono stati malati per lunghi anni e “non hanno combinato niente”», ma tutti hanno cercato di amare Gesù e di edificare ogni giorno la sua Chiesa.
Lunedì, 8 settembre 2025






