Meglio creare comunione che affermare se stessi, in un mondo malato di solipsismo e competizione
di Michele Brambilla
La pagina di Vangelo dell’8 settembre, festa della Natività di Maria, è la Genealogia di Cristo nella versione di san Matteo. Non tutti i nomi sono noti come Davide e Salomone: ci sono anche, ricorda mons. Mario Delpini nell’omelia della Messa solenne in Duomo, «Abiùd […] Eliachim […] Azor […] Sadoc», nomi difficili che sconcerta persino gli esegeti più eruditi, ironizza l’arcivescovo. In effetti «che cosa avete fatto nella vostra vita? Avete compiuto qualche cosa che meriti di essere ricordato? Avete dato un contributo alla vita del paese, alla cultura, al benessere? Avete scritto qualche cosa» di fondamentale per la storia della Salvezza? A Davide si attribuiscono, per esempio, molti Salmi, a Salomone il libro della Sapienza: che dire di un Sadoc, nome attribuito nella Bibbia a personaggi molto diversi, tra i quali un sommo sacerdote?
«Ma Abiùd, Eliachim, Azor, Sadoc si scusano con quelli che li rimproverano e dicono: “Scusateci, in effetti noi non abbiamo compiuto imprese memorabili o detto parole edificanti. Non siamo ricordati sono perché siamo figli di… e padri di…», semplici punti dell’albero genealogico del Signore. Eppure proprio questo particolare dovrebbe indurci a prestare maggiore attenzione: non sono noti per grandi imprese, eppure Gesù per venire al mondo ha avuto bisogno anche del loro contributo. Viviamo in un mondo in cui tanti pretendono i primi posti perché figli di qualcuno di importante. Anche in molte comunità locali cattoliche ci sono quelli che occupano i primi posti o sgomitano per conseguirli. I nomi più oscuri della genealogia di Cristo ci insegnano, quindi, l’umiltà, la modestia, l’importanza di camminare insieme verso una meta. Infatti «anche noi, come voi, nei giorni del nostro pellegrinaggio sulla terra, siamo vissuti nella persuasione di essere persone qualsiasi, un frammento insignificante di un mondo insensato, senza sapere dove andare, che cosa fare, che cosa sperare. Una cosa però ci ha accomunato: l’attesa di colui che è stato promesso dai profeti» come l’autentico Salvatore. Per dirla con san Carlo Acutis, «non io, ma Dio».
La Chiesa, come l’antico Israele, può dire di se stessa che, «per quanto siamo gente insignificante, siamo però quell’umanità in cui il Verbo si è fatto uomo, siamo quell’immensa moltitudine che nessuno può contare, alla quale però il Padre si rivolge chiamando ciascuno per nome». «Perciò, se volete ascoltare il nostro messaggio, non sottovalutatevi mai. La vita di ciascuno è una vocazione a scrivere la storia della salvezza, il desiderio di Dio di salvare tutti, di ogni generazione, persino di questa generazione che si aggira smarrita sulla terra», ma sempre in un’ottica di comunione. «Nella mentalità del mondo ci sono rivalità e discussioni su chi sia più importante, ci sono pretese di sedere alla destra e alla sinistra del Signore nel suo regno. “Tra voi però non è così; ma […] chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti” (Mc 10,43s)», da cui il titolo della lettera pastorale di questo anno. «Contemplando la beata vergine Maria, umile ed alta più che creatura, riconosci la via per entrare nel regno, la porta stretta che si apre ai bambini» ed è preclusa ai solisti che «si sentono più importanti del coro».
Si spera che non si percepiscano dei solisti i 5 seminaristi di terza teologia e i 7 uomini (di cui alcuni celibi) ammessi agli ordini sacri, chi nella prospettiva del presbiterato, chi del diaconato permanente. «Noi che abbiamo ascoltato la pagina del Vangelo vorremmo in questo anno pastorale e sempre recepire anche il messaggio degli sconosciuti della genealogia di Gesù. Camminare insieme, animati da stima vicendevole, e costruire insieme una comunione più evidente e più lieta nelle nostre comunità: la partecipazione all’Eucaristia, l’ascolto dalla parola di Dio ci insegnino le vie per una pratica sinodale delle decisioni, per un ardore condiviso per la missione», esorta mons. Delpini.
Lunedì, 15 settembre 2025






