Il problema di fondo delle crisi contemporanee è un uomo occidentale che ha trovato nella sua fragilità emotiva una giustificazione per il vizio e l’inazione, predisponendosi alla schiavitù
di Michele Brambilla
La due giorni del clero nel Seminario di S. Pietro Martire di Seveso (16-17 settembre) è stata dedicata alla geopolitica. Mons. Mario Delpini ritiene infatti prioritario per il suo clero avere un pensiero strutturato sulle guerre in corso e gli scenari internazionali che esse prospettano. Invitati speciali, quindi, Lucio Caracciolo, fondatore della rivista Limes, Andrea Riccardi (Comunità di S. Egidio) e Stefano Femminis, portavoce dell’arcivescovo e responsabile dell’Ufficio comunicazioni sociali. Data l’importanza particolare degli argomenti trattati, le conferenze sono state aperte anche ai laici che desideravano ascoltare i relatori.
A prendere la parola è stato per primo Lucio Caracciolo, la cui disamina, dettagliata e con diversi spunti preziosi, non è apparsa del tutto convincente, soprattutto su Donald Trump (ha ripetuto alcuni luoghi comuni sinistrorsi su Capitol Hill) e il Medio Oriente, con il 7 ottobre citato en passant solamente come pretesto colto per la costruzione del “Grande Israele”. Ad ogni modo, «stiamo vivendo una rivoluzione geopolitica, perché non c’è più nulla di stabilito e di prevedibile. Le guerre, quando cominciano, vanno fuori controllo e chi le inizia e pensava di usarle ne viene, di solito, usato». Azzeccato il pensiero secondo il quale «la crisi delle società occidentali è una crisi di coesione sociale che si esprime nella crisi della famiglia come istituzione sociale per eccellenza. La stessa parola “politica” sta perdendo di senso» di fronte ad un individualismo sempre più radicale.
La guerra in Ucraina trarrebbe origine dal modo con cui (non) è stato gestito il crollo dell’Unione Sovietica e non c’è dubbio che si trovi su una faglia geopolitica determinante tra Est e Ovest. «Il risultato è che non si riesce a sedare la tragedia in corso perché Putin è convinto che, per l’Ucraina, sia solo questione di tempo, perché non può sopravvivere, anche a causa di una drammatica crisi demografica», che a dire il vero non è meno cocente all’interno del territorio russo. Per Caracciolo lo scenario indo-pacifico è destinato a diventare la questione dominante dei prossimi decenni. Il suo è stato certamente l’intervento più rilevante assieme a quello dell’arcivescovo.
Quando ha preso la parola, mons. Delpini si è rivelato subito tagliente. «Mi pare che questa generazione sia predisposta alla schiavitù e ad arrendersi» di fronte agli aggressori ingiusti. «Tanta gente è pronta a obbedire, perché non è capace di stare con la schiena dritta come lo sono stati i martiri per la fede. Come cristiani, anche nella situazione attuale, abbiamo il dovere e la responsabilità della profezia», ovvero di farci avanti anche quando gli altri indietreggiano. La Scrittura ci insegna «a essere contro l’idolatria e contro l’adulazione delle opere delle proprie mani», che si la ricerca di un impero territoriale o il telefonino più alla moda. «La profezia ha un qualcosa di radicale: la condanna dell’idolatria, ma anche la seminagione della speranza», il che significa certamente riprendere in mano il discorso formativo all’interno delle comunità ecclesiali, ma non bisogna dimenticare che «la profezia ci impegna sui linguaggi della contestazione e della consolazione». Contestazione della dominante mentalità anticristiana e consolazione di chi fa le spese della anti-cultura figlia dell’anti-Decalogo.
«Oggi l’umanità ha bisogno di essere risvegliata alla speranza, di fronte all’incomprensibile vicenda contemporanea», dice l’arcivescovo, per il quale «il vanto della società occidentale contemporanea – l’individualismo -, è la sua fragilità. Se ciascuno è solo non può fare altro che piegarsi. È una fragilità fatta di dipendenze dalla droga, dai social, dalle apparenze», ma anziché risolverla la cultura postmoderna la esalta, producendo solo nuovi schiavi, di sé prima ancora che degli altri.
Lunedì, 22 settembre 2025






