I seguaci di Colui che è stato crocifisso, perdonando i suoi uccisori, ed è risorto, rimanendo per tutti gli uomini il solo Mediatore della misericordia divina, devono essere capaci di perdonare e amare come Lui, cosa che in un contesto di guerra e nel pieno di una bufera culturale antioccidentale significa remare controcorrente
di Michele Brambilla
Il pellegrinaggio dei vescovi lombardi in Terra Santa dal 27 al 31 ottobre è stato contrassegnato da diverse tappe importanti, spesso arricchite da una puntuale omelia di mons. Mario Delpini, e da numerosi incontri con i cristiani locali, che provano a giocare un difficile ruolo di mediazione all’interno di uno dei più intricati e sanguinari conflitti presenti sul globo. «Come Chiesa abbiamo avuto bisogno di tempo per capire il 7 ottobre, lo sconvolgimento che ha rappresentato, le reazioni che avrebbe innescato: molti, me compreso, pensavano che la risposta israeliana si sarebbe esaurita in due mesi o poco più, come accaduto in altre occasioni. Invece quella tragedia ha rappresentato uno spartiacque, ha scavato un solco profondo tra le due società: in questi anni c’è stata una polarizzazione mai sperimentata, si è diventati incapaci di ascoltare le ragioni dell’altro perché ognuna delle due parti vede se stessa come l’unica vittima, e si assiste a una negazione dei fatti da una parte e dall’altra», ha commentato, infatti, con dolore il patriarca di Gerusalemme, card. Pierbattista Pizzaballa, ricevendo la delegazione italiana.
Nell’omelia al Getsemani, il 28 ottobre, mons. Delpini ha preso atto della difficoltà di perdonare in un contesto di guerra molto efferato, tuttavia i cristiani non possono ritornare alla legge del taglione. «Il contesto dell’Ultima Cena è segnato da inquietudine, rivalità, incomprensioni: i discepoli discutono sui privilegi, vogliono rivendicare di “essere il più grande”, Pietro si oppone al servizio di Gesù: “Tu non mi laverai i piedi in eterno” (Gv 13,8). Ma Gesù si ostina nel servire, perché desidera che i suoi “abbiano parte con lui”»: ci salveremo solo se comprenderemo e imiteremo l’amore senza limiti del Signore verso tutti i suoi figli, un amore completamente antitetico rispetto alle vendette umane. Diffondere un’altra immagine di Dio è paragonabile all’idolatria.
Dopo la Passione, la Risurrezione: nell’omelia letta nella basilica del S. Sepolcro il 29 ottobre, l’arcivescovo ha ribadito che «Gesù risorto non si riduce alla notizia di un evento, è piuttosto l’irrompere dell’inedito: c’è una parola inaudita, c’è una possibilità insperata, c’è un accadimento che sconvolge ogni immaginazione e ogni aspettativa». Non a caso «coloro che credono in Gesù risorto si rendono conto di dover pronunciare parole così incomprensibili per il pensiero rassegnato e per la speranza proibita, da esserne impauriti», lasciando parlare troppo chi, talvolta, propone come soluzione l’eliminazione dell’uomo stesso, a favore magari dell’intelligenza artificiale, «ma coloro che sono con Cristo, risorti con lui, non possono semplicemente essere cauti per sopravvivere; devono piuttosto vivere, vivere in pienezza, vivere felici, vivere sempre, vivere e dare vita, vivere e fare della propria vita un dono».
Si aggira per il mondo l’ansia di giudicare e, spesso, pre-giudicare i fratelli, ma Gesù «“Ci ha ordinato di annunciare al popolo e di testimoniare che egli è il giudice dei vivi e dei morti”» (At 10,42). Si rischia grosso a dire in pubblico che il solo Giudice è Dio, così come potrebbe costarci caro pronunciare nella stessa frase le parole «figli di Israele, pace, Gesù. Sono tre parole difficili da pronunciare insieme, tre parole impopolari, ma noi questo dobbiamo dire» a tutti, se ci teniamo a rimanere fedeli a quanto insegnato dal Signore.
Lunedì, 3 novembre 2025






