Oggi si ha paura a dire ad alta voce il nome del Dio cristiano, persino in parrocchia. Ma per ricostruire l’Occidente cattolico si può fare affidamento solo su di Lui
di Michele Brambilla
L’editoria cattolica ha partecipato alla kermesse BookCity 2025 con propri stand e con un convegno, in Università Cattolica, tenutosi il 10 novembre e avente come titolo Nel nome di Dio? Tra crisi delle religioni e manipolazione del potere. I relatori del convegno erano tutti di prim’ordine, a cominciare dalla rettrice della stessa Università Cattolica, Elena Beccalli. Hanno detto la propria anche la prof. Cristina Pasqualina, il teologo mons. Pierangelo Sequeri e l’arcivescovo di Milano, mons. Mario Delpini.
Secondo la prof. Beccalli, «le Università devono saper intercettare il bisogno di spiritualità dei giovani, offrendo spazi di ascolto, riflessione, dialogo», specialmente se si tratta di atenei cattolici. Oggi «non si tratta di proporre risposte preconfezionate, ma di accompagnarli nella loro ricerca, valorizzandone il protagonismo e il desiderio di senso. La nostra responsabilità educativa è aiutare le nuove generazioni a coltivare una dimensione spirituale che restituisca centralità alla fede, da vivere non come una semplice trasmissione di contenuti liturgici, ma come un’esperienza piena e generativa di visione, di giustizia, di speranza».
L’arcivescovo nel suo discorso ha rivelato che «ho visitato recentemente una scuola secondaria di primo grado. Mi hanno colpito le domande dei ragazzi: “Come possiamo fidarci di Dio, quando le cose vanno male? Come si fa a sentire Dio davvero vicino nella vita di tutti i giorni? Perché Dio non si fa mai vedere?”. Mi hanno colpito perché sembra che Gesù non c’entri con la domanda su Dio, e credo che i ragazzini portino alla luce l’aria che respirano». Il grande paradosso dei nostri tempi è che neppure nella catechesi parrocchiale si parla molto di Cristo, così i ragazzi si convincono che il Cristianesimo consista solo in una serie di pratiche e di precetti senza un filo conduttore, che sarebbe proprio la persona di Gesù. In occasioni drammatiche, come la morte di un coetaneo, molti giovani cercano un qualche rapporto con Dio, ma un riferimento esplicito a Gesù, cioè a un Dio personale, diventa pure in quei contesti quasi un “disturbo”, «mentre dovrebbe essere il punto di partenza, perché Dio nessuno l’ha mai visto, mentre Gesù è il Dio vicino che è venuto non per essere servito, ma per servire. L’argomentazione a proposito di Dio ha bisogno di essere un incontro, prima che una domanda», ribadisce mons. Delpini.
Oggi si vede, quindi, un diffuso desiderio di spiritualità, ma si ha quasi paura a ridare a Dio il nome che ha sempre avuto in Occidente. In altri tempi non era così, come ci testimoniano opere d’arte immortali. Il 13 novembre l’arcivescovo, assieme all’arciprete del Duomo, mons. Gianantonio Borgonovo, e al presidente della Veneranda Fabbrica, Fedele Confalonieri, è infatti salito per primo sui ponteggi della restaurata Sacrestia Aquilonare della cattedrale milanese. Le impalcature saranno accessibili per alcuni giorni al pubblico per permettere ai visitatori di ammirare la colorazione originale di sculture e volte a crociera. Sul portale che immette nella sacrestia è tornato a splendere un magnifico gruppo scultoreo, che ritrae la Madonna, con le pie donne, nell’atto di sorreggere e mostrare alla pietà dei fedeli il corpo esanime di Cristo. L’arcivescovo nel suo discorso ha ricordato che «il restauro è utile non solo per conservare un monumento, ma per rendere viva una chiesa: tutto quello che si fa è per la gloria di Dio e per l’edificazione del popolo cristiano», parafrasando il motto gesuita Ad maiorem Dei gloriam. Un Dio personale, che per noi ha dato la vita ed è tutt’ora presente, oltre che operante. Per tornare a costruire Duomi dobbiamo rifondarci sulla Pietra ancora oggi, troppo spesso, scartata dai costruttori.
Lunedì, 17 novembre 2025






