Mons. Delpini, parlando a professori e studenti dell’Università Cattolica, denuncia il pericolo, per l’Europa, di un suicidio culturale e ripropone come soluzione una fede cattolica integralmente vissuta che ridiventa civiltà
di Michele Brambilla
Il 28 novembre mons. Mario Delpini presiede, come di prassi, l’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università Cattolica, celebrando la Messa e pronunciando il primo dei discorsi in aula magna.
Nell’omelia della Messa paragona l’Europa a Ninive e l’Università Cattolica al profeta Giona, mandato per convertire «quelli della vita sbagliata, quelli della nobile ipocrisia delle buone maniere e dei pensieri malvagi, quelli dell’esclusione di Dio dalla vita, dal pensiero, dalle scelte personali, quelli dell’indifferenza gaudente, quelli dell’invincibile angoscia, quelli della disperazione» ricercata e voluta. I niniviti dei tempi di Giona ascoltarono e provano a dire agli europei di oggi di dare retta al Signore Gesù, di cui l’antico profeta era solo un pallido preannuncio. «Fareste bene a convertirvi, uomini e donne suscettibili e impermeabili! I rimproveri vi offendono, i pensieri diversi da quelli di moda vi inducono a sdegno e vi convincono a rimproverare chi parla in nome di Dio. Fareste bene a convertirvi in umiltà e semplicità», come loro, che fecero penitenza dal più anziano al più giovane. «Fareste bene a convertirvi, uomini e donne ambiziosi e supponenti! Voi preferite sgomitare per realizzare le vostre aspettative piuttosto che camminare insieme e avere a cuore il bene comune; voi siete inclini a giudizi corrosivi e a lunghi risentimenti; voi cercate più la carriera che la generosità di trafficare i molti talenti che avete ricevuto per il bene comune», con il risultato di arretrare pure nelle classifiche mondiali.
Secondo mons. Delpini, «l’Università Cattolica ha i valori, le risorse, la tradizione e la responsabilità per vivere comportamenti onesti, per formare persone capaci di assumere responsabilità per il bene del Paese, del mondo, della Chiesa. Possono crescere in Università uomini e donne formati per l’impresa di rendere migliore il mondo, di contrastare il declino dell’Occidente, di promuovere la pace, di inventare una economia umanistica, di professare la fede che è radice di speranza» ed è la base su cui si può edificare tutto il resto. L’arcivescovo lo ripete anche nel discorso in aula magna, quando insiste ad evidenziare che «abbiamo bisogno di una speranza fondata sulla promessa di Dio e sulla vocazione con cui Dio ci chiama; di una fiducia in noi stessi e in tutto quello di cui possiamo disporre in Università; abbiamo bisogno di un senso adulto e coraggioso di responsabilità che sappia leggere il tempo che viviamo e che non si sottragga agli impegni che ne conseguono». «Se non è da questa Università che nasce una filosofia che sappia dire la verità della persona e sulla persona, che sappia coltivare l’eccellenza, senza incorrere nella tentazione di diventare elitaria ed esclusiva, che sappia far nascere di una scienza giuridica e un’economia non asservita al profitto, se non è da qui, da dove potrà provenire questa sapienza? Abbiamo bisogno di uomini e donne capaci di contrastare il declino della civiltà europea. Tutto questo ci è chiesto e tutto questo possiamo fare», aggiunge senza giri di parole.
Non a caso la lectio magistralis viene poi affidata a Riccardo Muti, direttore d’orchestra (a lungo in forze alla Scala di Milano) che non le ha mai mandate a dire a proposito di tutela del patrimonio musicale della civiltà occidentale, anche dal punto di vista liturgico. Anche in questa occasione, riproponendo e commentando sul palco la musica di Wolfgang Amadeus Mozart (1756-92), precisamente l’overture del Don Giovanni, rimprovera il protagonismo individualista, che mette impropriamente sullo sfondo il contenuto stesso dell’arte. I brani musicali sono eseguiti dall’orchestra giovanile “Luigi Cherubini”.
Lunedì, primo dicembre 2025






