L’arcivescovo prende le parole che sant’Ambrogio rivolse ai suoi critici pagani, secondo i quali Roma stava crollando a causa dei cristiani, per rispondere che la stabilità della civiltà occidentale è stata minata dall’eliminazione dalle sue fondamenta dell’autentica Pietra angolare
di Michele Brambilla
Raramente si è ascoltato un discorso alla città così tagliente come quello pronunciato la sera del 5 dicembre da mons. Mario Delpini nella basilica di S. Ambrogio, durante i primi vesperi della solennità del santo patrono. L’arcivescovo, infatti, ricorda che i cristiani del IV secolo erano accusati dai pagani di aver condotto l’impero romano alla rovina perché avevano distolto il popolo dagli idoli. Sant’Ambrogio rispose loro che a fare grande Roma erano state le virtù del civis romanus, non Giove o Marte.
Come allora, anche oggi ci sono crepe che minacciano la stabilità della civiltà occidentale. La prima è una generazione di giovani che ha paura a diventare adulta. «La crisi demografica è cronica e sembra irrimediabile» perché per risolverla occorre rivedere la cultura dominante. «La generazione adulta deve riconoscere che nello stile di vita e nel tono dei discorsi non trasmette ai giovani buone ragioni per desiderare di diventare adulti, di fare scelte definitive, di formare una famiglia e di avere figli», denuncia mons. Delpini in maniera molto diretta: il risultato della mala educazione seminata a piene mani è che tra i giovani dilagano «panico, rabbia, fuga, violenza, solitudine».
La seconda crepa è che chi desidera muovere i primi passi per una vita indirizzata sui canoni tradizionali, per esempio acquistando una casa, «non di rado si trova davanti persone (o agenzie) senz’anima e senza scrupoli» che preferiscono il profitto immediato rispetto a quello “a lungo termine” del favorire la nascita di numerose famiglie. La stessa logica “danarosa” dei palazzinari è riscontrabile in una certa gestione della sanità. «Certamente non si può tacere il merito di persone e istituzioni sanitarie che assicurano prestazioni di eccellenza. Non è raro incontrare chi confida gratitudine e sorpresa per l’attenzione ricevuta, per la competenza sperimentata, per la sollecitudine personalizzata», ma non si può negare che spesso «il privato profit fa della salute un affare. Il privato non profit in ambito socio-sanitario si sente spesso ignorato e mortificato», in una situazione in cui l’intero sistema sanitario è messo sotto pressione dalle pretese di una incultura per la quale non tutte le vite hanno la stessa dignità, tanto che «l’indebita identificazione tra “curare” e “guarire” fa sì che ci si dimentichi di prendersi cura di chi non guarisce, e non rende adeguatamente accessibili a tutti le cure palliative». Il malato è un peso e, se non “rende”, lo si trascura, per non parlare di quando lo si vorrebbe addirittura uccidere: è una crepa davvero preoccupante, denuncia l’arcivescovo.
Mons. Delpini squaderna anche, come quarta fenditura nell’edificio della nostra civiltà, la situazione drammatica in cui sono abbandonati anche i detenuti delle carceri assieme ai loro guardiani, due tra le categorie più a rischio di suicidio e autolesionismo. Nonostante le precise indicazioni legislative, «sono impraticabili percorsi accessibili a tutti per il reinserimento dei colpevoli di reati nella convivenza sociale. Le condizioni di squallore, di degrado e di violenza non facilitano il riconoscimento del male compiuto. Piuttosto suscitano rabbia, risentimento, umiliazioni. Si può prevedere che persone così maltrattate in carcere saranno persone più pericolose fuori dal carcere», calcolando il fatto che tornano in un mondo dimentico del perdono evangelico e basato sulla competizione più sfrenata.
Da tempo «la città diventa appetibile per chi ha molto denaro da investire», ma in che modo lo fa? Se la finanza è solamente «intesa come l’astuzia di far soldi con i soldi», l’economia si prostra inevitabilmente al servizio «dell’individualismo e ignora la funzione sociale e la responsabilità morale», ovvero la destinazione universale dei beni predicata dalla dottrina sociale della Chiesa. In questo modo «la città, o meglio la ricchezza disonesta accumulata in città, deruba i poveri della loro dignità, non si cura dei senza tetto, delle famiglie impoverite, di chi lavora in nero, di chi è sfruttato e umiliato, di chi perde il lavoro o la casa, di chi la casa non l’ha mai avuta». La quinta piaga si ricollega, così, alla prima. Tutte scaturiscono da una visione del mondo profondamente idolatra.
«Di fronte alle crepe che minacciano la stabilità della casa comune», però, continuano a farsi avanti diverse figure che, per vocazione o per dovere (percepito ugualmente come vocazione), rimangono sulla breccia ed incitano a ricostruire. Sono, per esempio, i coniugi che dicono: «La vita è così bella, se vissuta in un rapporto d’amore, che siamo contenti dei nostri tre figli. Preferiamo vivere in cinque in tre stanze che pensare di vivere in cinque stanze una vecchiaia triste e solitaria. Rinunciamo a molte cose, ma non a vivere, a dare vita». Mons. Delpini immagina anche un giovane sindaco (donna) che non si rintana «in un angolo tranquillo ad assistere al declino del mio paese», ma mette in atto un modello controcorrente di gestione della comunità. Analogamente un sacerdote, un insegnante o un educatore possono rispondere che, «di fronte alle fragilità dei ragazzi, alla tentazione di farsi coraggio con stupefacenti e mondi virtuali violenti e volgari, io non mi accontenterò di esibire i danni delle droghe ma offrirò le buone ragioni per non drogarsi. Cercherò perciò di non essere l’adulto accondiscendente che accontenta i capricci, ma l’educatore responsabile che accompagna a vivere la vita come vocazione al bene e alla felicità e incoraggia a pagare il prezzo della responsabilità di mettere a frutto i propri talenti».
L’arcivescovo non dimentica nessuna delle categorie precedentemente nominate nell’elenco delle crepe da riparare. Ciascuno può infatti rispondere, a modo suo, all’appello del Signore. Infatti «il Signore Gesù ha pronunciato la parola sulla quale si può costruire la casa che non teme i venti tempestosi, neppure i venti di questo nostro tempo. Il Signore Gesù è lui stesso la pietra angolare: “Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo. E se, sopra questo fondamento, si costruisce con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno, paglia, l’opera di ciascuno sarà ben visibile: infatti quel giorno la farà conoscere, perché con il fuoco si manifesterà, e il fuoco proverà la qualità dell’opera di ciascuno. Se l’opera, che uno costruì sul fondamento, resisterà, costui ne riceverà una ricompensa” (1Cor 3,11-14)». Per salvare Milano, l’Occidente, basta restaurare la Pietra angolare al suo posto.
Lunedì, 8 dicembre 2025
Festa dell’Immacola Concezione






