Anche a noi viene detto di fare il bene
di Michele Brambilla
L’omelia che mons. Mario Delpini pronuncia in Duomo l’8 dicembre nella solennità dell’Immacolata Concezione immagina l’arcangelo Gabriele nell’atto di chiedere istruzioni per raggiungere Nazaret. «Si rivolse quindi a uno dei sapientoni che si aggiravano nel firmamento, uno di quelli che hanno letto tutti i libri e sanno tutte le lingue: “Mi scusi, dov’è Nazaret”», sentendosi rispondere che «“Nazaret non significa nulla: quattro case senza storia e senza gloria. Nazaret non ha niente di attraente o di memorabile. Certo non merita la visita di un arcangelo! Che ci vai a fare a Nazaret?”».
Quattro case sì, ma vi dimora Maria, la futura Madre del Salvatore. L’arcangelo, come tutti gli ebrei del tempo di Gesù, interroga quindi uno scriba per averne responsi conformi alla Torah. Lo studioso della Legge mosaica risponde che Nazaret è una «“terra di miscredenti, terra di Galilea, terra sospetta. Che cosa può venire di buono da Nazaret? Li riconosci subito quelli che vengono da Nazaret per il loro dialetto da paesani”». Nella parafrasi dell’arcivescovo il lettore attento avrà certamente colto ben due citazioni evangeliche, ovvero la prima risposta di Natanaele (cioè l’apostolo Bartolomeo) a chi gli diceva di aver incontrato il Messia (Gv 1,46) e la voce della serva che cercò di far arrestare Pietro nel cortile del palazzo di Caifa mentre si svolgeva il processo a Gesù (Mt 26,73).
L’arcangelo parla persino con tale Giacomo, il quale, orgoglioso della sua appartenenza, elogia la popolazione di Nazaret, mettendo in chiaro che «lì c’è gente seria, fedele alla tradizione, frequenta ogni sabato la sinagoga e legge le Scritture come si deve. Non abbiamo simpatia per le novità. Non possiamo ammettere che ci sia chi pretende di insegnare a noi. Siamo gente che ci mette poco a passare alle mani, se qualcuno comincia a criticare e a fare polemica». Mons. Delpini sta chiaramente ricordando l’episodio in cui Gesù fu cacciato dalla sinagoga del suo paese dopo aver commentato un brano messianico di Isaia (Lc 4,14-30).
Gabriele si rivolge, quindi, ad un amico fidatissimo: l’arcangelo san Raffaele. «Nazaret è là dove tutto comincia. Là dove tutto riceve un nome, un nome nuovo» perché vi deve essere annunciata la nascita di Colui che farà nuove tutte le cose. L’arcangelo, allora, si sentì rincuorato e partì senza indugio per Nazaret, recando il lieto annuncio a Maria.
L’Immacolata è quindi l’inizio di un mondo nuovo, di un’umanità redenta. Come spiega lo stesso arcivescovo nel discorso pronunciato nel pomeriggio di quello stesso 8 dicembre, inaugurando un nuovo museo, presso l’Opera Cardinal Ferrari, in cui si ricostruisce la camera da letto del predecessore, beatificato nel 1987, «queste non sono solo istituzioni per rispondere a un bisogno, ma un modo di pensare la società» antitetico a molti “valori” della contemporaneità.
Un pensiero che risuona anche ai festeggiamenti per i 185 dell’Istituto dei Ciechi di Milano, il 10 dicembre. Mons. Delpini ricorda che anche gli Apostoli dovettero ricredersi su molte dottrine erronee del loro tempo, come la diceria secondo la quale la disabilità è «frutto di una qualche colpa. Le altre nostre domande sbagliate sono: “Perché Dio mi ha fatto questo, mi ha mandato questa disgrazia, questo incidente?”. Il Signore contesta duramente l’idea che Dio possa essere all’origine di un male». Dio è il promotore di ogni bene e introduce per primo il concetto «che il bisogno dell’altro diventa una chiamata per ciascuno di noi» a servire ogni uomo con amore. «Tutti abbiamo la responsabilità di costruire questa città e questa società»: il fatto che l’Istituto faccia molte attività didattiche con le scuole del territorio induce a sperare che anche nel futuro «la città non sia un agglomerato di persone che hanno solo pretese, ma una comunità in cui aiutarsi a vicenda».
Lunedì, 15 dicembre 2025






