Essere ricchi non è necessariamente il presupposto del peccato, specialmente se la nostra impresa prova realmente a mettere in atto quanto sostiene la dottrina sociale della Chiesa
di Michele Brambilla
Nel discorso alla città 2025 mons. Mario Delpini aveva parlato di un «capitalismo malato» che si mette al servizio «dell’individualismo e ignora la funzione sociale e la responsabilità morale della finanza». Il giudizio, ovviamente, non era generalizzato e non intendeva strizzare l’occhio a certe letture neo-marxiste in voga oggi, come qualche commentatore “interessato” ha sperato. Mons. Mario Delpini stesso risponde ai suoi critici presiedendo personalmente, il 16 dicembre, il Giubileo degli imprenditori lombardi nel santuario di Caravaggio, iniziando l’omelia con un doveroso elogio di coloro che i soldi li sanno fare bene e per il bene.
L’arcivescovo di Milano richiama, infatti, «la ammirevole laboriosità che ha segnato la storia di questa nostra terra», ricordando però che «lavorare giorno e notte senza contare le ore, districarsi nelle complicazioni della burocrazia, affrontare la sfida di organizzare il lavoro, cercare lavoro, cercare mercato per il proprio lavoro rischia di logorare e stancare, se non c’è la gioia. La fierezza dei risultati conseguiti che ha segnato la storia di questa nostra terra ha bisogno di vigilanza» sulla propria anima, cosa che l’imprenditoria lombarda, in larghissima parte di ispirazione cattolica, ha sempre cercato di attuare, collaborando spesso e volentieri con le parrocchie di appartenenza.
Ritorna il rimprovero alle «tentazioni dell’individualismo, del godersi i frutti del proprio lavoro senza pensare a coloro che hanno contribuito alla ricchezza restando poveri», ma è puntualmente condito con il riconoscimento delle tante virtù riscontrabili nei nostri ceti produttivi. Ad ogni modo, «le risorse disponibili, i talenti personali e di gruppo, la creatività e capacità organizzativa che configurano le aziende che hanno segnato la storia di questa nostra terra hanno bisogno della consapevolezza della responsabilità sociale dell’impresa» così come evidenziate nel discorso di S. Ambrogio.
Il fatto di essere riuniti a Caravaggio, sotto lo sguardo di Maria, è già indicativo, per l’arcivescovo, del desiderio di incamminarsi o di permanere nella giusta direzione. «Maria canta la gioia della grazia e la gioia di essere sorgente di grazia per gli altri. Così anche l’imprenditore riceve il dono della gioia di dare gioia agli altri, ai suoi familiari, ai suoi collaboratori, alle loro famiglie», una gioia gratuita che esula dalla logica del profitto, ma che può ancora oggi dare un significato profondo al nostro fare impresa.
Subito dopo la Messa, nella navata del santuario, intervengono anche la dott.ssa Laura Ugetti (direttrice della divisione delle ricerche di Ipsos sulla Corporate reputation) e il sociologo Mauro Magatti, dell’Università Cattolica di Milano, che definisce la generatività sociale come «espressione della propria libertà per accrescere quella degli altri, dei propri talenti perché quelli degli altri possano esprimersi». L’Italia, in particolare la Lombardia, può essere davvero lieta del fatto che, nonostante il calo demografico e le problematiche connesse alle tensioni internazionali, i suoi cittadini possiedano ancora sufficienti risorse e intelligenza per rilanciare l’economia. La piccola impresa è tuttora l’elemento trainante, ma incombe il pericolo di una crescente concentrazione e finanziarizzazione delle risorse, denuncia il sociologo, per il quale «nei prossimi dieci anni la ricchezza si assottiglierà e sarà tutto più difficile. Pensando ai giovani, prima che se ne vadano, alle donne, che sono poco valorizzate, e ai bambini che verranno, è tempo di voltare pagina» di fronte alle tentazioni ricorrenti di un’economia senza Dio e senza etica.
Lunedì, 22 dicembre 2025






