Le attese dell’uomo trovano le risposte nel Bambino di Betlemme
di Michele Brambilla
«Incontrando Gesù ciascuno di noi trovi la verità che gli è necessaria per vivere, trovi la vita che è necessaria per sperare, trovi la gioia che è necessaria per amare», dice mons. Mario Delpini nel messaggio augurale di Natale, diffuso la sera del 24 dicembre.
Il fatto che Gesù sia la risposta alle domande e alle inquietudini dell’uomo postmoderno è l’elemento cardine delle omelie pronunciate dall’arcivescovo questo 25 dicembre. Cristo, però, non è solo una risposta ai bisogni spirituali: specialmente nella Messa della Notte mons. Delpini ci tiene a sottolineare anche la valenza sociale del Natale. Il nostro mondo, che vive di capricci, affoga infatti nella banalità, che «è come una nebbia che avvolge e scolorisce la vita». I desideri piccoli hanno tutti una data di scadenza, che la riproposizione in abbondanza dei prodotti commerciali si illude di occultare: quando si intuisce il meccanismo del gioco e se ne avverte tutta l’aridità, «allora forse si può imparare la preghiera. E nella preghiera prendono voce i desideri grandi, quelli che non trovano soddisfazione nei prodotti a disposizione. La preghiera, infatti, non è una ripetizione di parole, ma è piuttosto quell’accogliere la gloria di essere figli di Dio».
«La banalità ha il volto serio della presunzione ridicola. La presunzione ridicola», prosegue l’arcivescovo, «è il volto scettico di chi non crede a niente, perché non ha bisogno di niente; la presunzione ridicola è la maschera gentile di chi partecipa alle conversazioni serie ma non ascolta nessuno perché sa già tutto. La presunzione ridicola è il discorso serio di chi pensa di avere qualche cosa da dire perché disprezza gli altri e si mette a insegnare», come troppi intellettuali contemporanei dell’epoca “woke”. «Quando si trova insopportabile la presunzione ridicola, allora forse si può imparare la gratitudine», che è il riconoscimento dei padri e delle nostre radici, in particolare «lo splendore della gloria di Dio che si è manifestata nell’uomo Gesù», radice delle radici della cultura occidentale. Allora «fare Natale è l’occasione di grazia per entrare in comunione con Gesù e vivere da figli di Dio, proprio qui, proprio oggi, nella pratica della carità, nell’esperienza della gioia, nella serenità della fiducia, nell’avventura sorprendente di vivere la vita come vocazione».
L’arcivescovo fa una metaforica, ma spietata descrizione della mentalità attuale anche nell’omelia della Messa del giorno. «Perché l’angelo del Signore si presentò proprio a quei pastori che vegliavano nella notte facendo la guardia al proprio gregge? Io credo che l’angelo abbia visitato diverse case e luoghi di vita per portare il lieto annuncio. Si presentò, infatti, in primo luogo nei lussuosi palazzi dei ricchi. Ma i ricchi lo cacciarono via. “Non venire a disturbare i nostri figli viziati. Noi la gioia ce la compriamo quando vogliamo. Non disturbare i nostri affari con le tue prediche patetiche. Noi siamo gente concreta, noi sappiamo che cosa conta nella vita reale”»: come non leggere in queste parole l’opulenza vuota della nostra Europa, che rifiuta di ascoltare Colui che l’ha resa davvero ricca? Emblematica la risposta dei giovani all’annuncio degli angeli: «Ci divertiamo, ci ubriachiamo. Passiamo la notte tra incubi ed euforia. Ma la gioia non la troviamo da nessuna parte». Delusi da tutti i surrogati delle promesse messianiche, si intestardiscono a portare avanti il pregiudizio di fondo verso il Cristianesimo che, in realtà, hanno introiettato proprio da coloro che li hanno abbindolati e abbandonati a loro stessi.
Fortunatamente, però, non sono pochi coloro che rispondono affermativamente agli inviti dei pastori che accorrono alla grotta di Betlemme. Essi ci dicono ancora: «Non mandate via gli angeli, piuttosto credete all’annuncio della gioia e mettetevi in cammino per cercare Gesù. Credete alla promessa della gioia: la troverete là dove abita il Signore» e, contagiati, ve ne farete subito missionari.
Lunedì, 29 dicembre 2025






