Gli auguri di inizio anno di mons. Delpini sono un appello all’azione
di Michele Brambilla
Mons. Mario Delpini assiste all’arrivo del 2026 in Africa, dove è in visita ai missionari milanesi fidei donum. Da quella particolare location pubblica il suo messaggio di augurio per l’inizio dell’anno nuovo.
Le sue parole sono molto significative: «Facciamo l’elogio di quello che si fanno avanti» in tutti i campi. Una delle grandi tragedie del nostro tempo è infatti l’esitazione, lo spegnersi dell’anelito vocazionale, non solo dal punto di vista dell’ingresso negli istituti religiosi. I giovani sono indotti a non prendere mai decisioni definitive.
Coloro che si fanno avanti «non si ripiegano su se stessi, non si ripiegano sul loro mondo privato», ma bisogna stare attenti a non rovinare tutto. C’è infatti chi si “butta” «per l’ambizione di esibire delle qualità», quando bisognerebbe, invece, avere «la responsabilità di mettere al servizio di tutti i propri talenti».
Tante volte ci si arrende al primo fallimento, pensando che sia un sigillo sulla propria inadeguatezza: non si è insegnata la virtù della speranza, non avendo spesso un orizzonte trascendente in cui collocare le vicende del mondo. Per chi ha fede in Cristo i propri limiti «sono un invito a correggersi, a riflettere, a riprendere» il cammino con maggiore determinazione.
Bisogna anzitutto ricordarsi di non essere soli: stiamo tutti facendo fatica, ma soprattutto siamo tutti parte di una comunità. Non solo: lontano dai clamori mediatici «c’è una moltitudine di uomini e donne che hanno a cuore lo stesso bene di tutti». Costoro non “fanno notizia”, quindi sembrano invisibili, ma quotidianamente provano ad aggiustare questo mondo, «o almeno quel pezzo di mondo» che rientra nelle loro pertinenze. Ci si affanna spesso per molte cose: il nostro abituale “correre” (il milanese ha sempre fretta) «sia come un luogo in cui ciascuno sente la fierezza, la gioia, la bellezza di rispondere alla vocazione e di farsi avanti. Il mondo ha bisogno di tutti noi» per vivere e sperare.
In assenza di mons. Delpini è il vicario generale, mons. Franco Agnesi, a presiedere le tradizionali celebrazioni a S. Fedele e in Duomo il 31 dicembre e il 1° gennaio. A S. Fedele il vescovo ricorda nell’omelia che il nome di Gesù significa in ebraico “Dio salva”, infatti il Signore «ci salva prendendosi carico della nostra condizione, non soltanto di fragilità, ma anche di fatica e di tormento». Non siamo quindi mai davvero soli nello sforzo quotidiano di migliorare il mondo. «Noi siamo davvero liberi e realizzati quando sappiamo che magari per la nostra semplice presenza, con una lacrima, un sorriso, un silenzio condiviso, abbiamo sciolto il cammino di qualcun altro. Gesù ci dice: “vi accompagno tutti i giorni” e ci chiede, come i pastori, di andare a raccontarlo, di mostrarlo con le parole e le opere, con intelligenza e semplicità», ribadisce mons. Agnesi.
Come ogni anno, nel pomeriggio del 1° gennaio si snoda per Milano la Marcia della pace, che giunge in Duomo per la Messa vespertina. Nell’omelia il vicario per la cultura, la carità, la missione e l’azione sociale, mons. Luca Bressan, che concelebra la Messa con mons. Agnesi, cita Leone XIV, ricordando che il suo augurio di pace riecheggia l’annuncio degli angeli ai pastori di Betlemme. «Un augurio potente ma che a molti (e un po’ anche a noi, riuniti proprio per questo motivo insieme, questa sera) appare parecchio lontano», dato che oggi, accanto alle arcinote guerre in Ucraina e Terra Santa, si vedono bagliori altrettanto inquietanti in aree nevralgiche dal punto di vista geopolitico. «È questo il motivo che ci ha spinto a riunirci insieme, in questo primo giorno dell’anno. Per evitare che la constatazione di una mancanza (la pace che non c’è) si trasformi in una sorta di rassegnazione cinica» che vanifica in partenza ogni sforzo autentico per la pace. Ancora una volta, quindi, risuona un invito ad agire positivamente sulla realtà, non in forma utopistica, ma come l’Incarnazione del Verbo.
Lunedì, 5 gennaio 2026






