A Milano, ma potremmo parlare del mondo postmoderno nella sua generalità, manca il vino delle relazioni buone che si potevano vedere alle nozze di Cana. Ecco perché la Chiesa non difende una solidarietà generica tra gli uomini, ma la famiglia naturale
di Michele Brambilla
Da tre anni esiste una Casa della Carità, collegata a quella originaria di Milano (opera di don Virginio Colmegna), anche a Lecco: mons. Mario Delpini l’ha visitata il 21 gennaio, accompagnato dal responsabile, Luciano Gualzetti, e dalle autorità civili della città.
Come detto da Gualzetti nell’introduzione alla visita dell’arcivescovo, «in questi tre anni Casa della Carità, espressione della comunità ecclesiale, ha cercato di mantenere le promesse, aiutando le persone non solo in modo assistenziale, ma avviando percorsi per restituire dignità. Laddove la povertà continua a crescere e i bisogni diventano più complessi, è importante che il territorio collabori con la Casa».
Mons. Delpini nel suo discorso si dice d’accordo con l’analisi del suo antico collaboratore e rivela una «inquietudine che mi accompagna, un cruccio, sul perché aumenti la povertà e sia sempre più complessa la situazione di tante persone. Perché questo? Non si trovano risposte, ma non sarebbe onesto censurare la realtà. I poveri sono poveri perché sono soli». Diventa, peraltro, sempre più evidente che la vera povertà del nostro tempo è la solitudine stessa, frutto dell’individualismo più che delle sfortune della vita. Il tema per eccellenza, sottaciuto o travisato dalla nostra società, è la gestione delle relazioni interpersonali, «cioè il rapporto che i singoli hanno con il contesto in cui vivono, con le fragilità delle famiglie, con tutte le difficoltà psicologiche che questo porta con sé. Quando uno, magari, arriva da un altro Paese, qui non ha nessuno e si ritrova a dormire per strada, o quando chi esce dal carcere non sa dove andare», aggiunge citando i due casi più mediaticamente considerati, ma si potrebbero elencare situazioni altrettanto delicate come quelle dei tanti padri separati o di chi è “rimasto indietro” in una società radicalmente performativa.
«La mia riflessione è che dovremmo sentirci in debito della costruzione di relazioni, che non vuol dire un flusso indeterminato di offerte, ma edificare relazioni come stiamo facendo questa sera. Il tessuto di generosità e intraprendenza del Lecchese deve crescere nella qualità dei rapporti rendendo possibile camminare insieme. É questo l’impegno prioritario, rendendosi contro della dignità delle donne e degli uomini che devono sentirsi amati e stimolati a dare il meglio di sé, per una città che sia abitabile per tutti», non solo per quanto concerne Lecco. Infatti «quando il Signore dice “Amatevi come io vi ho amato”» indica uno stile, meglio ancora un esempio, il suo: non a caso stiamo parlando di un Comandamento nuovo.
Sono parole che l’arcivescovo ha pronunciato anche nell’omelia per la visita pastorale a Parabiago (18 gennaio): nell’episodio evangelico delle nozze di Cana «Gesù smentisce la rassegnazione, quella specie di realismo stupido, quella resa vigliacca che consiglia di accontentarsi di meno» della gioia che viene dall’Amore autentico. Allora «la comunità dei discepoli crede alla gloria di Gesù perché ha visto il segno dell’opera di Dio che pone al principio la famiglia, l’amore di coppia come principio di ogni vita e di ogni gioia».
I nostri guai come società derivano dall’aver espunto la famiglia naturale dal nostro orizzonte valoriale: assieme ad essa, è sparita anche la capacità di coltivare relazioni autentiche, con affetto libero e sincero, pertanto la priorità della pastorale parrocchiale dovrebbe essere «la cura per custodire la meraviglia e la promessa del rapporto di coppia che costituisce la famiglia, che porta a compimento la vocazione di un uomo e di una donna, che genera il futuro dell’umanità» tramite i figli.
Lunedì, 26 gennaio 2026






