Ecclesiologia del corpo secondo mons. Delpini, che accoglie a S. Babila la Croce che accompagna tutte le cappellanie olimpiche e ricorda i valori cristiani sottesi alla pratica sportiva
di Michele Brambilla
Durante le Olimpiadi viene scelta una chiesa della città ospitante per collocarvi la cappellania internazionale degli atleti, che ha una specifica Croce simbolo (una croce in legno, con un Cristo “trasparente”), accolta dalle società sportive e dalle autorità locali.
Così accade anche per Milano-Cortina 2026. «Ascolta: parla il corpo, parla, come si immagina san Paolo il piede, l’orecchio, parla l’occhio, parla la testa», dice mons. Mario Delpini nell’omelia della Messa d’accoglienza, la sera del 29 gennaio nella chiesa di S. Babila a Milano, citando una celebre pagina paolina (1Cor 12, 12-27).
«Ascolta: il corpo ti parla, il tuo corpo parla a chi ti incontra», dice l’arcivescovo subito dopo, abbracciando con un solo guardo il Corpo mistico di Cristo e il corpo biologico dei comuni esseri umani, che è comunque tempio dello Spirito Santo. «Non ridurre il corpo a una macchina da sfruttare, non ridurre il corpo a un meccanismo complicato che ogni tanto deve essere aggiustato, non ridurre il corpo tuo e altrui a un oggetto da desiderare, non ridurre il corpo a una prigione di cui liberarsi, a una apparenza di cui vergognarsi», come in certe tendenze filosofiche dis-incarnanti. «Il corpo ti parla, il corpo parla: dice della gioia del benessere, dice dell’ardore appassionato dell’atleta che affronta la gara, dice della ferita per cui tutto soffre, non solo il piede, ma anche la mente, anche l’umore: “se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme” (1Cor 12,26)», aggiunge sempre mons. Delpini riprendendo il versante ecclesiologico. Quando ci facciamo male, tutte le altre parti del corpo sono solidali con quella dolorante: perché, spesso, non riusciamo a sentire in maniera altrettanto cogente la comunione ecclesiale?
«Il corpo parla ma il vocabolario delle parole è custodito nell’anima, nella memoria, negli affetti, e parlando contesta chi non l’ascolta e lo usa, chi non lo ascolta e ne fa una cosa, un manichino da vestire, una vetrina in cui curiosare. Il corpo parla e dice dell’anima», che «sente e pensa e ama e dice del corpo», unito inscindibilmente allo spirito.
Mons. Delpini osserva che «in queste settimane i Giochi olimpici e paralimpici saranno una specie di festival del corpo. Gli atleti affronteranno le gare per cui si sono preparati da tanto tempo». «Il corpo degli atleti delle Olimpiadi e delle Paralimpiadi dirà di quanta volontà sia necessaria per affrontare gli sforzi, le fatiche dell’allenamento», rivelandoci tutte le potenzialità del fisico umano e rammentandoci l’importanza della disciplina per raggiungere risultati. L’ascesi atletica rimanda inevitabilmente all’ascesi spirituale: i due aspetti non si possono scindere, così come non si può curare il corpo senza l’anima, perché la disciplina «dirà di quanta virtù sia necessaria per custodire le passioni, i capricci, le seduzioni della prestazione artefatta, la pigrizia che cede alla stanchezza, l’incostanza che si concede alle trasgressioni. Una scuola di morale», si potrebbe tranquillamente sentenziare.
Allora «in questa chiesa accogliamo il segno del corpo crocifisso. La croce degli sportivi è più uno spiraglio che una figura: il corpo di Cristo, crocifisso per amore, è l’apertura per andare oltre e accogliere il mistero» che solo in Gesù trova il suo compimento. I giorni olimpici coincideranno liturgicamente con la Quaresima. «La croce degli sportivi rimarrà in questa chiesa per i giorni delle Olimpiadi e Paralimpiadi e per chi saprà ascoltare parlerà come parla un corpo glorioso, il corpo assente che attira lo sguardo, provoca la memoria, alimenta lo stupore e convince a cantare l’alleluia di Pasqua», facendo sorgere in noi la preghiera: «“Guardate a Gesù, adorate il corpo crocifisso e risorto, ascoltate le sue parole e seguitelo, perché lui è la via, la verità, la vita”».
Lunedì, 2 febbraio 2026






