I commentatori della vita ecclesiale, di fronte ad eventi come l’abbandono del ministero da parte di don Alberto Ravagnani, potrebbero sentirsi autorizzati a disperare. Invece bisognerebbe cantare, come Maria, «I miei occhi hanno visto la salvezza», perché Dio è fedele per sempre
di Michele Brambilla
La Milano ecclesiale è stata molto colpita dal comunicato, emesso dalla Curia arcivescovile il 31 gennaio, che ha annunciato l’auto-sospensione dal ministero di don Alberto Ravagnani, un giovane sacerdote divenuto noto, a partire dal 2020, come animatore digitale, con i suoi video che spiegavano in maniera vivace molti punti della dottrina e delle pratiche cattoliche. Don Alberto ha fondato anche una comunità giovanile, che ha al centro della sua spiritualità l’adorazione eucaristica.
Da tempo, però, il suo parlare non era più l’evangelico “si si, no no” e di recente aveva annunciato che preferiva non vestirsi più da prete, ritenendo l’abito religioso un ostatolo per molti giovani. La scelta di abbandonare il ministero era quindi nell’aria, ma è stata comunque uno choc, vista anche la notorietà del personaggio, giunto negli anni precedenti a sfidare, sul piano della fede, celebrità dichiaratamente atee. Allo scandalo che si è creato a livello nazionale bisogna aggiungere il dolore che deve avere caratterizzato le reazioni nella nativa Brugherio, paese che ha dato in questi anni numerose (e benemerite) vocazioni al clero diocesano e religioso. E la parola dolore ricorre nel succitato comunicato, diffuso da mons. Franco Agnesi nel pomeriggio della festa di S. Giovanni Bosco, quando tutti gli oratori dell’arcidiocesi erano riuniti per i tradizionali festeggiamenti del Santo dei giovani.
Il 2 febbraio, Presentazione del Signore, è anche la festa della vita consacrata. Mons. Mario Delpini anticipa la celebrazione diocesana in Duomo alla domenica pomeriggio (1° febbraio). L’omelia riecheggia inevitabilmente il clima di sconcerto che pervade tutta Milano. La gente si chiede: «“Che cosa sta succedendo? Dove andremo a finire?”. L’analisi, la riflessione, l’approfondimento dei diversi aspetti della vita consacrata ha – talora – il tono dello spavento; i numeri, l’età, i difetti, delle persone consacrate inducono all’allarme».
La crisi interiore dei religiosi è amplificata in «un contesto incline a squalificare le scelte di consacrazione, la diffusione di una sensibilità, di una mentalità, di abitudini di vita che rendono incomprensibile, improponibile, insignificante la vita consacrata». Eppure il Signore invita, ancora una volta, a guardare al nostro mondo con speranza. «La parola ispirata apre ad un “oltre”, invita a vedere oltre, più lontano, più in profondità. Insegna a guardare oltre e a restare incantati per lo stupore. Siamo fatti per l’oltre, per l’altro», per una comunione che, però, non è semplicemente soddisfacimento delle proprie pulsioni.
Nel Vangelo «la presenza del bambino non è il ripetersi di un rito scontato, ma la rivelazione del compimento della promessa di Dio, dell’attesa dell’umanità: “In lui tutte le genti spereranno”. Lo sguardo ispirato dallo Spirito Santo riconosce il mistero che si rende presente là dove non pensi, di una gloria che risplende senza fare rumore, senza accecare, nel compimento del rito consueto, praticato secondo la legge», osserva l’arcivescovo. «C’è uno stupore, la meraviglia dell’incontro al principio di una vita che si consacra, al principio di ogni giorno vissuto nella consacrazione al Signore» rinnovando continuamente la gioia interiore del primo giorno. Una gioia che non è solo per noi, ma ci spinge ad essere missionari, come accadde alla profetessa Anna: «Si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme».
«In ogni giorno, in ogni situazione è iscritta una vocazione all’ “oltre”»: custodire lo sguardo del Signore su di noi permette di intuire che «oltre le apparenze c’è l’occasione per il bene possibile».
Lunedì, 9 febbraio 2026






