Nella Giornata mondiale del malato si parla di cure palliative: l’arcivescovo specifica che tutto l’ambiente attorno al malato deve parlare di amore alla vita
di Michele Brambilla
L’11 febbraio, memoria liturgica delle apparizioni di Lourdes, ricorre la Giornata mondiale del malato. Mons. Mario Delpini, prima di celebrare la Messa nel santuario della Madonna di Lourdes di Milano, partecipa all’ospedale Sacco ad un dialogo con il personale medico e infermieristico, visitando anche il reparto di oncologia.
Come evidenzia l’arcivescovo, «ogni persona deve sentirsi accompagnata e curata. Come esistono le cure palliative, devono trovare spazio anche gli affetti palliativi, veri modi di curare che non sono solo quelli dei farmaci. L’arte della cura è un coinvolgimento che sa testimoniare una speranza e praticare una relazione affettuosa e sincera», che desidera sempre il bene dell’altro.
C’è chi, tra gli infermieri, interpella mons. Delpini sulla scarsa retribuzione della categoria e sulle tensioni che inevitabilmente contraddistinguono il mestiere di assistere persone spesso alla fine dei loro giorni. L’arcivescovo risponde ricordando che la salute è indubbiamente un bene pubblico da tutelare, di fronte ad un clima culturale che tende a trasformare anche la sanità in un “business”. Il rischio di un burnout da parte degli operatori sanitari si può affrontare allacciando con i colleghi una vera amicizia, «per costruire rapporti che si possano valorizzare sotto questo proposito: “Dai, ci impegneremo affinché sia il migliore del mondo”. Io proverei simpatia per una visione corale, e appassionata del bene comune».
Le domande di senso non si limitano, però, a questo. Come detto, chi si aggira per le corsie di un ospedale fa presto esperienza del dolore umano e della morte. Tenebre che possono essere diradate solo con la Speranza cristiana. «Se accendi un cerino quando c’è il sole neppure si vede. Ma se lo fai al buio attira l’attenzione. Se ho anche solo un’ora da destinare, e se hai acceso un sorriso, allora dovrai esserne contento, perché il Signore ne moltiplicherà il seme», esemplifica mons. Delpini.
«Ciò che serve è che noi chiediamo la grazia di vivere il tempo della carezza», che significa consolare con affetto sincero il degente, che si sente spesso di peso. La cultura contemporanea, impregnata di ideologie di morte, cerca scorciatoie “facili”, che però violano la dignità della persona. Anche queste tenebre possono essere illuminate con la luce di Cristo.
Accogliendo l’arcivescovo nella chiesa cittadina di S. Maria di Lourdes alle 15.30, il parroco pone l’accento sul fatto che «questa è una parrocchia che si è costruita attorno alla coscienza di divenire sempre più casa fondata sulla roccia della fedeltà di Dio e di Maria». Nell’omelia mons. Delpini prosegue, poi, il suo discorso sulla qualità del tempo valorizzando questo spunto del sacerdote.
Come sostiene infatti l’arcivescovo, «c’è un tempo di fango, il tempo delle banalità volgari, dedicato ai discorsi cattivi, ai capricci umilianti», che sporcano anche chi se ne fa latore. C’è poi un tempo paragonabile alla carta vetrata, che ferisce con le parole e con le opere, trasformandosi in indifferenza al dolore altrui. C’è chi, poi, monetizza anche il bene e i rapporti umani.
Riecco, allora, affacciarsi il tempo della carezza, esemplificato in maniera mirabile dall’olio sacramentale (lo stesso mons. Delpini impartisce a molti malati presenti in chiesa l’Unzione degli infermi). Il tempo della carezza «è il tempo che si dedica a un amico, una presenza desiderata, che versa olio sulle ferite e allevia il dolore. È il tempo che quando ti incontra sorride. Il tempo-carezza, quando è passato, accompagna come una rivelazione, come una buona ragione per aver stima dell’umanità e fiducia in Dio». Il samaritano della celebre parabola non ha abbandonato o ucciso il ferito trovato sul ciglio della strada, ma l’ha curato, fasciato, portato alla locanda, pagando pure vitto e alloggio.
Lunedi, 16 febbraio 2026






