L’arcidiocesi di Milano ha diversi suoi “rappresentanti” in prima linea in Medio Oriente, a partire dal vicario apostolico della penisola arabica, mons. Paolo Martinelli. Ma anche a Milano si prega incessantemente per la pace
di Michele Brambilla
L’attacco all’Iran, causato dalle minacce atomiche e dai massacri compiuti dal regime degli ayatollah, si è trasformato, la settimana scorsa, in uno scontro ormai di fatto regionale. Sono tanti gli operatori pastorali originari dell’arcidiocesi ambrosiana, in primis mons. Paolo Martinelli, vicario apostolico per tutta la penisola arabica. Fa sentire la sua voce anche suor Sandra Castoldi, orsolina di S. Carlo, da 11 anni impiegata negli uffici del Patriarcato latino di Gerusalemme, per non parlare di don Carlo Giorgi, sacerdote milanese oggi parroco della chiesa di S. Joseph Amonot a Beirut. Tutti testimoniano il terrore delle popolazioni per i droni iraniani e i missili che piovono su tutto il Medio Oriente, oltre che lo scoramento per il riaccendersi di un conflitto mai sopito nel sud del Libano, ancora in ostaggio dei terroristi di Hezbollah. «Quando suonano gli allarmi mi dico: questo film l’ho già visto», commenta con dolore suor Sandra, per la quale «qui si tocca con mano che, come dico sempre, non siamo fatti per vivere su questa terra, per quanto limitati e in pochi spazi».
A Milano, però, non si rimane con le mani in mano. Il 4 marzo anche la nostra arcidiocesi aderisce alla staffetta di preghiera per la pace che percorre nelle settimane di Quaresima tutta l’Europa. Presiedendo personalmente l’adorazione eucaristica in Duomo, mons. Mario Delpini apre la sua omelia con un giudizio molto duro sugli eventi in corso. «I potenti della terra sembrano impegnati a procurarsi e a procurare infelicità ai popoli di tutta la terra e noi siamo qui con la nostra impotenza a intercedere per la pace disarmata ma incapace di essere disarmante», dice infatti l’arcivescovo parafrasando Leone XIV e meditando sulle scarse possibilità di successo umane per coloro che chiedono di deporre le armi. Il Signore, però, ascolta, Lui che si è fatto carico di tutti i nostri peccati e ne è uscito trionfatore.
La Chiesa mette in campo, come sempre, «la preghiera, la compassione, la carità: in un momento in cui sembra che tutti siano contro tutti, insieme con Gesù siamo qui a dichiarare l’intenzione di percorrere la via improbabile percorsa da Gesù e cioè di non essere contro nessuno e di vivere ed essere a favore di tutti». Allora «invochiamo lo Spirito perché infonda i suoi doni su tutti e convinca che la fraternità universale non è un’utopia fantasiosa, ma è la vocazione dell’umanità».
Oggi «si accumulano sulla faccia della terra vittime senza numero, senza nome, vittime della violenza, delle bombe», in una rincorsa quasi nichilistica all’ultimo ritrovato della scienza bellica per annientare il nemico. In proposito, l’arcivescovo non può non criticare, da cattolico che è chiamato a perdonare anche i nemici, coloro che «esibiscono come trofei i volti di quelli che sono riusciti a uccidere come in epoche barbariche». Si ricordi che un beato predecessore di mons. Delpini (il card. Schuster) fu talmente scandalizzato dallo scempio di piazzale Loreto da dichiararsi disposto a dare personalmente sepoltura ai cadaveri esibiti, se non fossero stati immediatamente ricomposti, in modo da mettere fine all’orrore della vendetta.
«Noi siamo qui insieme con Gesù a intercedere per tutti e a professare la nostra fede nel Signore che ha vinto la morte e verrà, verrà a giudicare i vivi e i morti e costringerà i nemici a guardarsi in faccia e a provare le pene dell’inferno nel riconoscere che l’unica speranza dell’umanità è il perdono, la riconciliazione e la pace», aggiunge l’arcivescovo. L’Eucaristia è ancora una volta invito «alla preghiera, alla compassione, alla carità», insiste mons. Delpini.
Per il 13 marzo la CEI ha indetto una giornata di preghiera e digiuno per il Medio Oriente, affinché «si apra presto un cammino di pace stabile e duratura».
Lunedì, 9 marzo 2026






