Le esequie di don Massimo Donghi, parroco di Limbiate prematuramente scomparso, sono un anticipo dell’itinerario pasquale e testimoniano che a vincere, nel cuore dei fedeli, è ancora la santità
di Michele Brambilla
«La gente pare che non si lasci più convincere dalla nostra predicazione; ma di fronte alla santità ancora crede, ancora si inginocchia e prega», sembra abbia detto il beato card. Schuster in punto di morte (Luigi Crivelli, Schuster. Un monaco prestato a Milano, Milano 1996, p.203). Era vero per l’interessato e si è rivelato ancora una volta esatto nei giorni che sono seguiti al 22 marzo, quando alle 14.30 è morto, a causa di un tumore all’esofago, don Massimo Donghi, da solo un anno e mezzo parroco della comunità pastorale di Limbiate. In precedenza era stato vicario parrocchiale a Macherio e Besana Brianza, poi, dal 2015 al 2024, parroco di Cassina de’ Pecchi, fino a raggiungere la carica di decano per il decanato di Cernusco sul Naviglio.
Era davvero un sacerdote dall’apostolato molto zelante, instancabile, volto soprattutto a creare il senso di comunità e a riaffermare la gioia di essere cattolici. La caratura del sacerdote è emersa, però, ancora di più quando ha dovuto confrontarsi con la malattia, come è possibile constatare ascoltando la sua ultima catechesi, ovvero il quaresimale predicato il 27 febbraio a Cassina de’ Pecchi.
Il funerale è stato presieduto a Limbiate dallo stesso mons. Mario Delpini nel pomeriggio del 25 marzo, festa dell’Annunciazione del Signore. L’omelia di mons. Delpini, prendendo spunto dai tre brani della Passione del Signore che contraddistinguono la liturgia della Parola nelle esequie dei sacerdoti, ha creato un evidente parallelismo tra le sofferenze di Cristo e i patimenti di don Massimo. «Che cosa fanno gli uomini di Dio quando il Maestro dice: “Andate a preparare l’ultima Pasqua, il giorno del sacrificio e della salvezza”? Che cosa fanno quando Gesù dice: “Andate a preparare l’ultima Pasqua, i giorni della festa e dello strazio, i giorni dell’imprevedibile via che Gesù percorre per versare il sangue della nuova alleanza”? Gli uomini di Dio si fanno avanti e dicono: “Eccomi!”», così come quando il Signore ha comandato di perpetuare nell’Eucaristia il suo dono d’amore e di vivere sempre da fratelli.
«Mi hanno detto che don Massimo ha insistito per andare a Lourdes con i suoi fratelli, che gli sono stati tanto vicini. È andato a Lourdes, come mi hanno detto, non per chiedere di guarire, ma per essere aiutato dalla Madonna di Lourdes a dire: “Eccomi!”» anche in quella situazione. «Questi giorni sono i giorni della commozione, delle lacrime, dell’ammirazione» per un prete morto piamente, peraltro proprio alla vigilia della Settimana Santa, «ma credo che poi vengano giorni in cui per essere veramente affezionati a don Massimo dovremmo imparare anche noi a dire: “Eccomi!”. La chiamata che Gesù ci rivolge non è mai a soffrire e a morire. Gesù chiama ciascuno a stare con lui, sempre, anche nel soffrire e nel morire, per entrare nella sua gloria. L’offerta di grazia di Gesù, che ha riempito di gioia la vita di don Massimo, è per essere uomini e donne amici di Dio, per essere tra quelli che si fanno avanti e dicono: “Eccomi!”».
Il vicario della Zona VII, don Antonio Novazzi, ha dato lettura del testamento spirituale del sacerdote defunto, in cui don Massimo semplicemente ha ringraziato il Signore «per avermi creato, fatto cristiano e custodito in questa vita. Lo ringrazio in modo particolare per il grande dono ricevuto, quello di essere sacerdote». Sono parole che però tanti sacerdoti faticano a pronunciare. L’esempio di don Massimo può quindi rappresentare, dopo molti scandali nel clero ambrosiano, un segno di speranza per un presbiterio ferito: Milano è ancora capace di produrre sacerdoti coerenti ed amati. Durante il funerale si è scelto non a caso di pregare anche per le vocazioni.
Lunedì, 30 aprile 2026






