Non si costruisce nulla senza fondarsi su Cristo. E anche chi ha abbandonato può sempre ritornare sulla strada della santità
di Michele Brambilla
La Messa crismale è da sempre uno dei momenti di dialogo più intensi tra un vescovo e il suo clero: Milano non fa eccezione e, la mattina del Giovedì Santo, sono oltre 800 i sacerdoti che si radunano in Duomo.
L’omelia di mons. Mario Delpini pone al centro il mandato missionario che ogni sacerdote riceve al momento della sua consacrazione. Ad invocare la presenza attiva dei cattolici è la stessa «infelicità del mondo», per descrivere la quale «non ci vogliono molte parole». Il clero è, per ragioni ministeriali, il miglior testimone dei drammi interiori che percorrono, sottotraccia, una società frenetica, che è quella di un’umanità infelice, che si crogiola nella sua presunta soddisfazione e, quindi, «non chiama i presbiteri. Cerca altre soluzioni. Dappertutto si vede l’affannosa ricerca di un rimedio che impegna la gente infelice e la trascina in percorsi destinati alla delusione: cercano rimedio nella frenesia che insegue le promesse illusorie dei risultati professionali, finanziari, nell’eccitazione di affetti disordinati, nell’evasione propiziata dalle sostanze, dai giochi, dagli anestetici», ma il cuore dell’uomo non è fatto per accontentarsi di questi mezzucci.
Ed ecco allora che «Dio non si stanca di venire in soccorso ai suoi figli infelici, fino a mandare il suo unico Figlio. E il Figlio non si stanca di percorrere la terra insieme ai suoi discepoli. Infatti, Gesù ha costituito i Dodici, perché stessero con lui e per mandarli a predicare (cfr. Mc 3,14)». Il prete, il cattolico, non può attendere che l’infelice bussi alla sua porta: lo Spirito Santo gli è stato dato proprio perché si accorga per primo dei bisogni degli altri. L’arcivescovo ribadisce che «l’essere mandati è la ragione per cui Gesù ha chiamato i suoi discepoli. La forma che la Chiesa assume è in funzione della missione: questo è il senso della organizzazione territoriale della Chiesa, perché ci sia dappertutto un prendersi a cuore l’infelicità del mondo; questo è il senso del camminare insieme con lo stile della sinodalità, perché in tutti gli ambienti della vita i discepoli portino la parola che invita a conversione, la potenza che scaccia i demoni, l’olio che guarisce le ferite della vita».
Sembra che in fondo alla navata centrale, seduto tra i comuni fedeli, ci fosse anche don Alberto Ravagnani: lui stesso lo ha voluto rendere noto con un post, in cui ha sottolineato che «nella Messa Crismale i preti rinnovano le promesse sacerdotali». Lui, ovviamente, dichiara di non volerlo fare, eppure ha scelto di partecipare lo stesso. Mons. Delpini non lo può scorgere dalla cattedra, ma alla fine della celebrazione l’arcivescovo si rivolge spontaneamente «ai preti che hanno lasciato il ministero», dicendo che «noi li consideriamo ancora confratelli e li ricordiamo con affetto», augurando loro di ritrovare la vocazione alla santità che appartiene a tutti i battezzati.
La Messa in Coena Domini è aperta dalla lavanda dei piedi, che nell’800° anniversario della morte di san Francesco d’Assisi (1182-1226) è impartita a 12 rappresentanti della grande famiglia religiosa francescana. Di san Francesco l’arcivescovo prende soprattutto il suo essere stato «un perfetto imitatore di Cristo». L’invito, nell’omelia, è a «vivere nella verità, come una resistenza», dato che il contesto culturale è particolarmente ostile alla presenza cristiana. Commentando la lunga pagina evangelica della Passione secondo Matteo, mons. Delpini coglie che «la presunzione di Pietro è quella di essere ineccepibile nella fedeltà: la verità è riconoscere la propria fragilità, vigilare per non essere vittima della tentazione», perché solo Cristo è la nostra forza, solo Lui può portarci a dire la verità «nei momenti della paura per una appartenenza che può essere pericolosa» agli occhi del mondo. I cattolici devono convincersi che «è irrinunciabile confrontarsi con la verità, perché Gesù così si definisce».
Lunedì, 6 aprile 2026






