Inaugurando la nuova illuminazione elettrica della Certosa di Garegnano, mons. Delpini ne coglie il profondo significato spirituale
di Michele Brambilla
La sera del 21 aprile mons. Mario Delpini inaugura la nuova illuminazione della Certosa di Garegnano, oggi una semplice parrocchia al limitare di una delle aree più trafficate di Milano. Mons. Delpini sceglie quindi di celebrare la Messa infra Vesperas, cioè secondo la modalità celebrativa che più permette di sottolineare il legame tra la luce sensibile e quella che si accende nell’anima dei fedeli.
Infatti, «in occasione della inaugurazione della nuova illuminazione della Certosa, possiamo sperimentare la grazia di inneggiare con la luce. La celebrazione dei Vesperi si introduce con il Rito della Luce, per istruirci a proposito della luce ed invitarci ad abitare nella luce» di Cristo, spiega lo stesso arcivescovo nell’omelia.
Allora «inneggiate con la luce: abitate nella luce della verità. La luce canta e inneggia al Signore: rivela la verità del Padre e di Gesù. Libera dalle tenebre: infatti chi si affaccia all’abisso è preso da spavento e tremore e si ritrae e rinuncia alla conoscenza del mistero e si rassegna a non sapere niente della luce», dice l’arcivescovo pensando a molti nostri contemporanei. Il vizio, essendo ormai una tendenza radicata in molti nostri contemporanei, sembra una “sicurezza” di fronte alla conversione che il Vangelo esige. Però «Gesù rivela che nel mistero non abita l’insopportabile spavento del vuoto: è invece sovrabbondante pienezza di vita, instancabile misericordia».
L’esortazione è quindi a guardare «alle opere di Gesù per entrare nel mistero che salva» proprio perché «contesta e vince chi si presume invincibile, chi si allea con la morte e si consegna alla disperazione e ritiene che l’incontrovertibile evidenza sia la destinazione al nulla», tutte asserzioni che sono la quintessenza della mentalità dominante. In maniera molto efficace mons. Delpini ripete che «Gesù apre gli occhi dei discepoli confusi e scoraggiati: dove non c’è pane, Gesù è il pane; dove non c’è luce, Gesù è luce; dove non c’è gioia, Gesù è la gioia».
Il bene può suscitare odio? Purtroppo la storia lo attesta in maniera molto evidente. Nel Vangelo Gesù stesso deve constatare che «Voi non volete venire a me per avere vita»(Gv 5,40), tanto che «hanno spento la lampada e hanno soppresso Colui che è la luce del mondo», osserva lo stesso arcivescovo. «La luce, infatti, è insopportabile per chi non vuole venire alla luce, non vuole che venga alla luce ciò di cui si vergogna, i pensieri segreti e cattivi, le ferite dolorose e umilianti», ma a chi sa accogliere la luce di Cristo viene incontro «il dono della vita che è la comunione con il Padre, nel Figlio. Vivere nella luce! Vivere di una risurrezione che cancella ogni tristezza e asciuga ogni lacrima, perché dimora nella relazione del Figlio con il Padre; vivere di una riconciliazione che abbatte ogni inimicizia e perdona ogni peccato; vivere di una pienezza d’amore che rende felici per sempre».
Proprio il 21 aprile ricorre il primo anniversario della morte di Papa Francesco. Di lui, in un’intervista, mons. Delpini rammenta soprattutto «una specie di quasi nervosismo, di fatica ad accettare l’immobilismo» che vedeva in molte parti della Chiesa. L’insistere sulla povertà della Chiesa era indirizzato a creare una vera condivisione esistenziale con i poveri di questo mondo.
Il rapporto intercorso tra Papa Bergoglio e mons. Delpini non è stato notoriamente molto stretto. «L’ho incontrato relativamente poche volte. Quando l’ho incontrato», è emerso un apprezzamento «più per i tratti personali» che per altri aspetti. Papa Bergoglio non gli ha mai posto domande sulle questioni pastorali, ma sul piano personale «c’è stata una specie di simpatia» che non dimenticava mai un qualche gesto di incoraggiamento.
Lunedì, 27 aprile 2026






