I cattolici, consci che la vita è vocazione, rifiutando la logica della lotta di classe, costruiscono la pace anche in azienda
di Michele Brambilla
Nei giorni immediatamente precedenti la festa laica del 1° maggio, mons. Mario Delpini ha diversi incontri con il mondo del lavoro. Il primo il 28 aprile, data in cui l’arcivescovo visita due aziende di Vimercate, accompagnato dal prevosto della città, mons. Maurizio Rolla, e dal vicario episcopale per la Pastorale sociale e del lavoro, don Nazario Costante.
Nel discorso pronunciato a Vimercate mons. Delpini dice che «il tema del lavoro mi sta a cuore perché, dal punto di vista della Chiesa e della tradizione cristiana, è il luogo del “noi” e, quindi, della solidarietà». La dottrina sociale della Chiesa, infatti, non protegge solo la legittimità del profitto per il singolo (è un peccato l’egoismo, non la ricchezza in sé), ma la coniuga con la destinazione universale dei beni. «La solidarietà è un aspetto così tipico del 1° maggio: forse una volta veniva interpretato come lotta di classe, mentre la visione cristiana dice che è un principio di responsabilità reciproca», chiosa l’arcivescovo. Inizia così un leitmotiv del 1° maggio diocesano: anche in azienda è necessario costruire la pace.
Che la pecunia non puzzi per niente, quando la si adopera bene e per il bene, è ulteriormente provato dal colloquio che mons. Delpini intrattiene la sera dello stesso 28 aprile con i vertici della Compagnia delle Opere. L’incontro si svolge nella Curia arcivescovile e sono presenti sia il presidente nazionale della Compagnia delle Opere, Andrea Dellabianca, che quello della sezione di Milano, Piergiorgio Orsi. Il filo conduttore è il titolo di una mostra esposta negli anni scorsi al Meeting di Rimini: «Ogni uomo al suo lavoro». Si ritorna così, su un altro tema carissimo all’arcivescovo, quello delle vocazioni: come mons. Delpini sa cogliere dai pannelli della mostra, «c’è una responsabilità per ciò che si produce e con chi: questa potrebbe essere una medicina che contrasta l’individualismo, la malattia che fa declinare la nostra civiltà. L’individualismo, infatti, induce a vedere il mondo con miopia ed è uno dei fattori che rendono funzionale il lavoro solo al singolo soggetto e al suo successo, a prescindere da come, con chi e per chi si lavora. Io penso che il tema della responsabilità abbia a che fare con il senso della vita», perché guardi con amore all’altro essere umano solo se comprendi il valore della tua stessa esistenza. Bisogna ricondurre la nostra società «alla consapevolezza che vi è un mondo che chiama ciascuno, così anche il non credente trova un senso nella vita intesa come risposta a una chiamata, che per i cristiani è la voce di Dio». Nella preghiera universale del Venerdì Santo si chiede proprio che «quelli che non credono in Dio (…), vivendo con bontà e rettitudine di cuore, arrivino a conoscerlo e ad amarlo» (cfr. Messale Ambrosiano, Celebrazione della Passione del Signore, ottava intenzione della preghiera universale).
L’arcivescovo rimarca la centralità della persona così come enunciata dalla dottrina sociale della Chiesa. In quest’ottica, nessuno è sacrificabile: la pace non arriverà mai sopprimendo il “padrone” o angariando il dipendente. La veglia diocesana del 29 aprile, celebrata ad Oreno di Vimercate, si intitola proprio: «Il lavoro dignitoso come via della pace». «Si può dire che i cristiani sono chiamati a convertire il lavoro, che non è una condanna», come avveniva prima dell’Incarnazione (Gn 3,17-19), né una funzione indifferente all’etica, evidenzia mons. Delpini nell’omelia. I cattolici «non pensano che il lavoro sia solo una sistemazione» per soddisfare, magari, la propria vanità, o l’unico orizzonte di espressione dell’umano, come pensavano i materialisti che volevano sobillare la marxiana lotta di classe. «Perciò i cristiani non imparano il “mestiere della guerra”», che si tratti della guerra tra le nazioni, della guerra personale per fare carriera o delle guerre ideologiche interne all’azienda. Dio ci ha creato tutti suoi figli, dal manager di punta all’ultimo magazziniere.
Lunedì, 4 maggio 2026






