Ogni angolo dell’arcidiocesi attende i preti novelli, ma è l’intero mondo contemporaneo che aspetta dalla Chiesa una parola di speranza autentica per ricostruire una civiltà
di Michele Brambilla
Il 12 maggio, nella tradizionale Festa dei Fiori nel Seminario Arcivescovile, si festeggiano come sempre gli anniversari di sacerdozio. L’ospite d’onore è l’ambrosiano card. Gianfranco Ravasi (60° di sacerdozio). Tocca quindi al card. Ravasi presiedere la Messa solenne nella basilica del Seminario di Venegono Inferiore.
L’omelia parte dall’immagine del tempio di pietra. «Il tempio è fondamentale nella Bibbia, è quasi il centro verso cui converge tutto il resto dell’orizzonte. Questo simbolo viene usato per tre diversi templi, il primo dal Libro dell’Apocalisse», dando quindi priorità alla Gerusalemme celeste, orizzonte della Chiesa militante. Tra il nostro mondo e la Gerusalemme che verrà c’è spesso una distanza abissale, ma il sacerdote non può esimersi dal testimoniare Cristo anche nelle città storiche. Serve allora vigilanza, affinché il nostro corpo fisico rimanga tempio dello Spirito Santo. L’uomo percepisce la sua fragilità, «ma su questa pelle batte l’onda dell’infinito, di Dio».
Si giunge così al momento più significativo dell’omelia del card. Ravasi: «Da giovane prete a Roma, andavo nel quartiere periferico di Tor Pignattara a portare, ogni venerdì, la comunione a malati e anziani, tra cui uno che era che era solo. Venne un ultimo venerdì e spiegai che dovevo tornare a Milano per insegnare. Mi disse: “Lei non può immaginare quanto sia drammatico non aspettare più nessuno”».
«Vi aspettano la campagna, la montagna, la città dove si pensa al futuro e si piange sul presente. Andate, fate in fretta, uscite», gli fa eco lo stesso mons. Mario Delpini dalla balconata da cui assiste alla presentazione dei 12 preti novelli. Le attese nei confronti dei sacerdoti giovani sono tante, a volte persino troppe, sia per motivi anagrafici, sia per il persistere tra gli stessi laici di una mentalità che scarica sul prete d’oratorio l’intera organizzazione della pastorale locale. Certamente «la sinodalità non è separabile dalla missionarietà, in quanto la vita della Chiesa è già in sé modalità di annuncio», ricorda il prof. Pierpaolo Triani, dell’Università Cattolica di Milano, durante la parte accademico-culturale della Festa dei Fiori, ma questo non significa che i laici devono rimanere inerti, perché si tratta di un rapporto “circolare” (prete-comunità).
Un sacerdote che non ha mai nutrito alcuna gelosia verso l’apostolato dei laici, ma l’ha anzi promosso e reso consapevole, è stato certamente il servo di Dio mons. Luigi Giussani (1922-2005), di cui il 14 maggio si chiude il processo diocesano di beatificazione. Mons. Delpini appone i sigilli sugli incartamenti da mandare a Roma, alla Congregazione per le cause dei Santi, nel corso di una celebrazione pubblica in S. Ambrogio. Il motivo per cui gioire è che «riconosciamo in don Luigi Giussani un uomo di Dio, un prete che, con la sua vita e con le sue parole, ha condotto a incontrare il Cristo», spiega nell’omelia l’arcivescovo. Don Giussani non cercava di attirare tutta l’attenzione su di sé, ma guidava gli ascoltatori a condividere il suo incontro personale con Gesù e a farsene testimoni. Si può quindi affermare che «l’incontro con don Giussani è stato un punto di partenza» per la riscoperta di Cristo come chiave di lettura di tutta la realtà. Il compito del sacerdote, oggi, è forse soprattutto quello di rimettere Gesù al centro e farne di nuovo la pietra angolare della nostra civiltà.
Lunedì, 18 maggio 2026






