Il Signore non ci manda ad accumulare trofei, ma a distribuire amore che salva
di Michele Brambilla
“Ci vogliono i risultati”, si dice spesso anche in parrocchia. L’apostolato, però, non è paragonabile ad un libro contabile, dice mons. Mario Delpini nell’omelia del 20 maggio nella parrocchia milanese dedicata contemporaneamente a san Michele arcangelo e a santa Rita da Cascia. Preti, catechisti, animatori, volontari, spesso indulgono al mugugno perché «ci siamo impegnati, abbiamo sperato, c’erano buone ragioni per aspettarsi un buon risultato, ma il bilancio è fallimentare. Lo dichiarano talora i genitori: una generazione intera che costata il fallimento educativo», ma siamo proprio sicuri che sia davvero così?
«Viene il sospetto che forse non abbiamo ben inteso che cosa intenda Gesù quando parla di “frutti”. Forse i frutti della missione che Gesù affida ai suoi discepoli non sono i risultati che si possono documentare in un bilancio. Non sono i cimeli, i ricordi, gli eventi che si possono accumulare ed esporre, non sono la collezione di coppe che i campioni possono esibire nella loro collezione. Non sono» neppure constatare che i nostri ordini vengono correttamente eseguiti. Citando Ef 2,1-10, l’arcivescovo ricorda che «il molto frutto è, piuttosto, il nostro vivere in Cristo Gesù, il nostro conformarci a lui, per essere come lui disponibili a fare della nostra vita un dono d’amore». Il cattolico ha successo nella misura in cui le persone che gli stanno attorno avvertono in lui la presenza di Dio.
Il discorso prosegue con l’omelia pronunciata, sempre a Milano, nel santuario cittadino di S. Rita (22 maggio), che è una chiesa diversa da quella precedente e, per di più, è anche la sede milanese dei frati agostiniani. Mons. Delpini continua a ripetere che di noi si deve vedere «non la generosità di un momento, ma la disponibilità quotidiana», ovvero «la fedeltà quotidiana, lieta, tenace, paziente» che si oppone, con un atto di resistenza attiva, al dilagare del male e dei cattivi esempi. Bisogna saper resistere alle tentazioni anche quando, apparentemente, «la vita buona risulta noiosa e senza attrattiva e invece si presenta come esperienza eccitante la trasgressione, il tradimento, il cercare piacere e gratificazioni seguendo le seduzioni delle cose, delle persone malintenzionate, delle esperienze che portano altrove».
La sera del 22 maggio l’arcivescovo partecipa in piazza Duomo, come ogni anno, alla grande festa di presentazione del tema dell’oratorio estivo agli animatori. Come dice il direttore della Fondazione Oratori Milanesi, don Stefano Guidi, «coinvolgiamo gli adolescenti perché abbiamo grande fiducia verso di loro, e siamo convinti, senza nessun atteggiamento paternalistico, che possano davvero vivere un ruolo di responsabilità» mettendo in campo i loro talenti, come fece san Francesco d’Assisi, la cui vita è al centro della proposta formativa dell’estate 2026.
Prendendo spunto dai tre nodi che caratterizzano i cordoni dei francescani mons. Delpini chiede a tutti gli animatori ed educatori dell’arcidiocesi di ricordare la promessa di Dio al popolo di Israele durante la schiavitù d’Egitto, ovvero «una terra in cui sarà bello vivere» in pace da fratelli. Israele ne ha fatto memoria soprattutto nel deserto, con perseveranza: nei nostri quotidiani momenti di difficoltà non bisogna dimenticare che «“Chi crede in me ha la vita eterna”». I giovani devono alzarsi la mattina e riscoprire la gioia di camminare verso una meta definita, che poi è il motore che ha condotto coloro che ci hanno preceduto nei secoli passati a fare grandi cose.
Il Meeting diocesano dei chierichetti, che si tiene in Duomo nel pomeriggio del 23 maggio, merita anch’esso un accenno. Nell’omelia, infatti, l’arcivescovo continua a suggerire di «tenere lo sguardo rivolto ai segni della presenza di Gesù» e fa pregare lo Spirito Santo a tutti i presenti perché, se si è certi della sua presenza, «la vita è bella, la speranza è certa, il futuro è missione».
Lunedì, 25 maggio 2026






