L’arcivescovo in visita pastorale nel decanato in cui un parroco è stato sospeso a divinis per aver permesso nella sua comunità alcune ordinazioni illecite. La sera prima della visita, ai giovani riuniti in Curia per una serata dedicata a chi fa esperienze di vita comune, mons. Delpini ricorda che la Chiesa non è un’istituzione di battitori liberi, ma una comunità gerarchia al servizio della fede del popolo di Dio
di Michele Brambilla
Il 29 maggio mons. Mario Delpini inizia la visita pastorale nel decanato Valceresio, nella Zona II (Varese), con un momento privato di confronto con i sacerdoti locali. L’incontro con il clero è una prassi consolidata delle visite pastorali, se non fosse che si sta parlando di un territorio in cui si è consumato l’ennesimo scandalo.
Una lettera del vicario episcopale per la Zona II, datato 18 maggio, ha infatti reso noto a tutta l’arcidiocesi e, in particolare, alla comunità di S. Maria Assunta in Brusimpiano, proprio una di quelle che mons. Delpini deve visitare, che «negli scorsi anni in questa parrocchia sono state celebrate in modo illecito alcune ordinazioni presbiterali e diaconali, presiedute da un Vescovo non di questa Diocesi e mai autorizzate, secondo quanto prescritto dalla normativa canonica, dall’Arcivescovo di Milano. Una volta appresa la notizia, si è ritenuto necessario approfondire la vicenda e, successivamente, procedere con un processo canonico penale che ha coinvolto l’allora vostro parroco, don Nicolò Casoni, nonché un giovane di questa parrocchia», che ha ricevuto illecitamente l’ordinazione diaconale.
Don Casoni era già noto alle cronache per aver disobbedito alle norme anti-contagio nei primi mesi della pandemia da Covid-19. Negli anni successivi, aveva deciso di celebrare esclusivamente con i libri liturgici ambrosiani antecedenti il Concilio Vaticano II. Le ordinazioni illecite sarebbero state ospitate nelle parrocchie di don Nicolò nel 2025: mons. Delpini aveva immediatamente messo a riposo il parroco, che, però, ha intrapreso la strada dell’aperta ribellione e ora celebrerebbe, senza autorizzazione alcuna, in un santuario in diocesi di Como, assieme al giovane ordinato diacono, dando vita ad una comunità chiamata “Attingere verum”. Il processo canonico ha accertato la realtà dell’illecito “stile Lefebvre” e ha preso atto del persistere di un atteggiamento ribelle nei confronti delle autorità legittime, irrogando la sospensione a divinis.
Non è di certo questo il tipo di creatività che mons. Delpini ha consigliato ai cresimandi che, il 24 maggio, hanno ricevuto il Sacramento della Cresima direttamente dall’arcivescovo nel Duomo di Milano, tantomeno il tipo di obbedienza suggerito, la sera del 28 maggio, ai giovani che nell’arcidiocesi fanno l’esperienza della vita comune nelle case messe a disposizione a questo scopo dalla pastorale giovanile. Mons. Delpini li ha ospitati in Arcivescovado creando un contesto familiare. Nel cortile della Curia è stata infatti preparata un’allegra tavolata con cibi in condivisione. «Uno degli scopi della vita comune è avere un contesto in cui uno si conosce» confrontandosi con gli amici che condividono con lui la medesima avventura, ha osservato l’arcivescovo nel suo discorso. Nella vita comune si scoprono i limiti del proprio egocentrismo e, aprendosi ai bisogni dell’amico, ci si sostiene a vicenda, creando le premesse per l’apostolato ad extra, cioè verso tutti gli uomini e le donne del nostro tempo. La Chiesa non è fatta di “monadi”, ma è appunto una comunità ordinata gerarchicamente, in modo che la fede del singolo possa sempre trovare un aiuto. Infatti «Gesù cammina con noi, anche se non sempre lo riconosciamo subito»: la Chiesa esiste proprio per permetterci di riconoscere i segni del Signore nella nostra vita. I sacerdoti sono al servizio del loro popolo, mentre spesso, anche in chi si professa ligio alle tradizioni ecclesiali, si riconosce il medesimo individualismo che “coriandolizza” la nostra società.
Lunedì, primo giugno 2026






