Il sacerdote rischia di sentirsi, oggi, “spiazzato” e isolato nella società, persino all’interno della Chiesa, ma, dicono i vescovi lombardi, può sempre contare sulla paternità episcopale e distinguere, in mezzo alle pietre, i germogli di una nuova fioritura cristiana
di Michele Brambilla
La solennità del Sacro Cuore (12 giugno) coincide con la Giornata per la santificazione sacerdotale, ovvero l’appello annuale alla santità che la Chiesa rivolge al suo clero, a qualunque dei tre gradi (diaconato, sacerdozio, episcopato) appartenga. I vescovi della Lombardia diramano un loro comunicato, in cui, non nascondendosi le difficoltà del ministero oggi (in primis il reclutamento), rivolgono ai loro preti un messaggio di profonda stima e affetto. «Nell’esercizio della paternità affidata al nostro ministero episcopale, ci siamo posti in attento ascolto delle vostre esperienze di vita, oggi sempre più connotate da una realtà sociale in continuo cambiamento e da forme pastorali per la maggior parte di noi mutate nel tempo. Un ascolto» che si è rivelato, comunque, «carico di consolazione», perché nonostante «un tempo che può generare smarrimento, talvolta anche scoraggiamento», si continua a costruire tenacemente «una Chiesa più essenziale, più fraterna, più vicina alla vita reale delle persone».
“Fare il prete insieme”, cioè cercando sempre di custodire il dono della fraternità sacerdotale, «significa mettere da parte l’esercizio di una “leadership individuale” a favore di un’autorità condivisa a servizio del popolo di Dio. Non si tratta di sminuire il vostro ruolo, ma di renderlo più conforme al Vangelo: custodendo l’unità, ascoltando davvero, valorizzando i doni di tutti». Nell’omelia che mons. Mario Delpini pronuncia nel Duomo di Milano il 12 giugno, nella Messa in suffragio dei sacerdoti defunti nell’anno, descrive molto bene il pericolo della solitudine, quando si trasforma anche per il sacerdote in vuoto esistenziale, non riempito dalle tante (troppe) cose che si affidano ancora ai preti, speculare ad un’altra triste sensazione, ovvero «la stanchezza che viene dalla frustrazione per l’impegno profuso che non arriva mai al risultato desiderato, il proposito virtuoso che resta sempre incompiuto, la delusione a proposito di se stessi, delle proprie scelte, delle aspettative riposte negli altri», fino a creare sacerdoti che «si arrabbiano con la vita, con Dio, con se stessi e con gli altri, vivendo risentiti o cercando evasioni e concessioni» che diventano l’anticamera della crisi.
E’ in quei momenti che il prete deve rafforzare la sua amicizia con il Signore e farsi aiutare da Lui a riconoscere ancora i segni, piccoli o grandi, della Sua presenza. I 12 candidati ambrosiani al sacerdozio che, la mattina del 13 giugno, ricevono dallo stesso mons. Delpini il dono del Sacramento dell’Ordine lo hanno faticosamente imparato fin dalla più tenera età, talvolta lungo percorsi di fede accidentati, ma avendo davanti l’esempio di altri sacerdoti capaci di avere quel tipo di intuito. Nell’omelia delle ordinazioni l’arcivescovo esagera un po’ i difetti degli ordinandi e del presbiterio a cui sono destinati, ma è per far maggiormente risaltare la grazia di Cristo in loro. I Dodici originari, sappiamo bene, non erano perfetti anche dopo l’integrazione post-pasquale. «Perché non hai celto uomini migliori, più intelligenti, più virtuosi?», potremmo chiedere allo stesso Signore. I seminaristi ambrosiani ricevono un’educazione culturale apparentemente migliore di quella impartita nelle pescherie della Galilea, ma anche loro potrebbero assaggiare presto le pretese e le ostilità del mondo. La scelta che Gesù ha esercitato sugli Apostoli e sui dodici preti novelli è «una condizione propizia per essere discepoli»: al Signore non importano le lauree o le prestazioni fisiche, ma che si sia disposti a cercare la Verità, ad accoglierla e a testimoniarla. Accanto a Gesù non si smette mai di imparare. Saranno anche inadeguati, ma diranno a tutti che «la libertà è la vocazione a scegliere, decidere, trovare in Gesù la via da percorrere». Il motto dei nuovi preti è proprio «Cristo è tutto per noi».
Lunedì, 15 giugno 2026






