L’oratorio sorge accanto alla chiesa perché deve fecondare la terra con il seme della santità
di Michele Brambilla
«La visita pastorale è l’occasione per richiamare il senso di appartenenza alla Diocesi Ambrosiana», dice mons. Mario Delpini nell’omelia preparata per la recente visita pastorale in Valceresio, ma soprattutto evidenzia che «“Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto”» (Gv 3,16).
Inaugurando, il 17 giugno, il nuovo oratorio della parrocchia principale di Lecco, l’arcivescovo ribadisce che «a tutti serve la speranza: certo che è bello avere un oratorio nuovo, ma il suo scopo è portare oltre, più in alto. È educare i giovani, cosa che oggi sembra una sfida che ci lascia insoddisfatti». «Nei giovani va seminata la capacità di diventare adulti, il valore dell’amicizia» autentica, fondata sui valori certi e immutabili della nostra religione, spiega mons. Delpini nel suo discorso. L’oratorio sorge vicino alla chiesa, dove si ricevono i Sacramenti della vita eterna, proprio perché «ha il compito di fecondare la terra» con il seme della santità.
Nella nuova lettera pastorale l’arcivescovo prende come riferimento la celebre pagina manzoniana della conversione dell’Innominato, che raggiunge il culmine nel momento in cui il malvivente ode lo scampanio di tutta la valle per l’arrivo in visita pastorale del card. Federico Borromeo. Il titolo della lettera cita le parole pronunciate dall’Innominato in quel momento: «Che allegria c’è? Di che godono tutti costoro?» (Promessi sposi, cap. XXI).
Anche oggi «il festoso suono delle campane di Chiuso che si diffonde fino al tetro castello dell’Innominato potrebbe essere un’immagine suggestiva per parlare della missione della Chiesa nel nostro tempo e nel nostro territorio. La Chiesa è», insiste mons. Delpini, un popolo «convocato da una promessa di gioia, di benedizione, di sapienza. La gioia, la festa del popolo diventa suono festoso che raggiunge tutte le case, tutte le storie e tutte le inquietudini e le angosce. Così vorremmo essere: un invito alla gioia di Dio».
Per rendere particolarmente visibile questo «tutti i fedeli sono chiamati a praticare una cura per le relazioni, tutti hanno una mano da stringere, un volto per sorridere, una parola da condividere. La celebrazione delle esequie, la richiesta del battesimo per i bambini, l’iscrizione al percorso di iniziazione cristiana, la decisione di celebrare il matrimonio cristiano rendono possibili incontri che diventano amicizie, fraternità di persone che camminano insieme verso il Signore». L’arcivescovo chiede non a caso di riformare i cammini della catechesi, ma non con uno sperimentalismo a sua volta un po’ “soggettivista”, cioè indicativo di un individualismo personale o di gruppo, dato che «il rischio di sperimentazioni frutto di intuizioni e iniziative elaborate in modo soggettivo è di creare prassi precarie, provvisorie, dipendenti da poche persone che diventano motivo di confusione e di disagio».
Mons. Delpini chiede di ritornare anche in politica, mettendo subito in chiaro che pure in quell’ambito «i cristiani sono chiamati a testimoniare una originalità» che si mette a servizio senza barattare valori. Il pluralismo partitico, puntualizza l’arcivescovo, non deve inoltre diventare il pretesto per fomentare le divisioni interne alla Chiesa.
In poche parole, «le comunità cristiane sono chiamate a essere originali: offrono una convincente testimonianza a chi le guarda e le accosta “da fuori”, testimonianza di operosità nel bene, di libertà interiore, di rispetto per tutti, compreso il rapporto leale e rispettoso con l’autorità pubblica e, ancora, capacità di rendere ragione della propria speranza», senza timore dell’ostilità e dei pregiudizi. Non sono pochi i casi in cui l’aggressività verso i credenti nasconde l’invidia per la pace altrui. Tante anime attendono lo scampanio che le ridesterà dal sonno del peccato.
Lunedì, 22 giugno 2026






