La sinodalità è profezia contro l’individualismo postmoderno
di Michele Brambilla
Il 25 giugno, lo stesso giorno in cui consegna le prime destinazioni ai preti novelli, mons. Mario Delpini rilascia un’intervista sulle reti locali milanesi ed espone immediatamente il concetto fondamentale della lettera pastorale dell’anno 2026/27, ovvero che la tanto abusata “sinodalità” è una potente «profezia sociale», nel senso che «pensare insieme è meglio, perché la Verità abita nelle dimore dell’amicizia; pregare insieme è meglio, perché abbiamo imparato a dire “Padre nostro”, non “Padre mio”»: questo contrasta radicalmente l’individualismo contemporaneo, che «fa del singolo il principio del bene e del male, l’egoismo, che fa dell’interesse personale lo scopo di tutte le cose, e il ritenere che la solitudine sia una forma di libertà, cosa che sta conducendo al declino la civiltà europea». Un declino non obbligato, dato che si intravedono anche semi di speranza, cioè le tante famiglie che fanno il proprio dovere, insegnando ai figli ad essere responsabili verso il bene comune, e tutti coloro che intraprendono un’attività economica che non pensa solo al profitto, ma anche al rispetto verso l’uomo e le altre creature.
All’intervistatrice, che cerca di gettare sui preti la colpa dell’incomprensione nei confronti di questi temi, con molta franchezza l’arcivescovo risponde che la sinodalità non è stata fatta comprendere soprattutto ai fedeli comuni. Tanti sacerdoti si concepiscono ancora come “l’eroe solitario” che condivide poco del suo lavoro con i confratelli, ma anche moltissimi laici «si sentono più tranquilli se è il prete che decide».
Nelle nostre comunità si affoga nelle iniziative, mentre «ritengo che sia necessario pregare. Solo una relazione lieta e costante con Gesù dà origine ad una gioia» autentica. Il “cristianesimo triste”, grigio, deriva dal fatto che «si prega poco e la preghiera è presa come un adempimento tra i tanti». «Noi abbiamo molte occasioni di incontro, ma mi chiedo se noi, personalmente, sappiamo pregare» realmente, perché spesso «sembra che fare molte manifestazioni sia una sorta di rappresentazione a cui non corrisponde un’intensità di vita spirituale» pari ai modelli di santità prodotti nei secoli dalla nostra arcidiocesi, denuncia l’arcivescovo. «Il molto bene viene dal molto amare e il molto amare viene dalla comunione con Colui che è Amore», insiste mons. Delpini.
L’arcivescovo è sempre molto colpito dalla bellezza del Duomo pieno, indicando con precisione i momenti in cui le sue navate sono davvero stracolme: la tradizionale celebrazione penitenziale all’inizio della Quaresima e la Messa crismale del Giovedì Santo, la Veglia missionaria, il Meeting chierichetti, ma sono citate anche «le persone che vengono per il ricordo o la memoria liturgica di mons. Luigi Giussani e san Josè Maria Escrivà de Balaguer». Se il mondo dei movimenti ecclesiali riempie il Duomo oltre l’ultima panca, mons. Delpini rivolge un rimprovero alla pastorale ordinaria delle parrocchie: hanno molti giovani volontari, come si vede soprattutto d’estate, ma molti di essi non si presentano, poi, alle celebrazioni liturgiche. «Questo dedicare molto tempo ai bambini, agli adolescenti e ai giovani» nelle nostre comunità porta molti frutti quando si tratta di mobilitarli per le attività pratiche, ma si scontra con una scarsa «disponibilità ad attingere là dove c’è la sorgente dell’acqua viva» quando si cerca di instillare in loro una vera vita spirituale: essi mantengono, infatti, i pregiudizi mondani, pertanto l’arcivescovo invita nuovamente a riflettere sui modi con i quali attualmente si educano i ragazzi alla preghiera, soprattutto nelle parrocchie.
Anche ai sacerdoti novelli, assegnando loro la prima destinazione, mons. Delpini ripete che «l’essenziale è l’incontro con Gesù e che tutto sia valutato e amato nel suo nome. Ci saranno delle fatiche che fanno parte della sequela di Gesù e ci saranno dei momenti di straordinario entusiasmo», ma l’importante è «dare gloria a Dio, perché Cristo è tutto per noi».
Lunedì, 29 giugno 2026






